Il working holiday visa, il visto della libertà
Nel podcast “Departures”, Maurice Bisaccia (agente d’immigrazione registrato) e Danila parlano del Working Holiday Visa (subclass 417), definito “visto della libertà” e uno stato d’animo, spiegando come è cambiato negli anni (da 2 a 3 possibilità) e come viverlo al meglio senza farsi rovinare l’esperienza dalla scadenza.
Danila racconta la sua storia: il desiderio di Australia nasce dal nonno emigrato e dall’inglese imparato lì; parte nel 2016 a 24 anni, inizialmente senza conoscere il mondo dei visti. Arrivata a Perth ha un primo impatto negativo, poi si innamora di Fremantle, trova subito lavoro in hospitality, compra un 4x4 e scopre presto le dinamiche migratorie. Fa road trip in WA e verso Melbourne/Adelaide, poi decide di fare le farm per il secondo visto: lavora a Carnarvon (leaf plucking, pruning) e poi con le mele in un packing shed, finendo per fare sei mesi. Racconta anche uno sponsor proposto in hospitality con condizioni poco vantaggiose e un agente che suggerisce payslip false, offerta che rifiuta.
Alla richiesta del secondo working holiday visa non riceve l’auto-grant subito, cancella un viaggio in Asia e rientra a Perth; i momenti di ansia legati ai visti arrivano soprattutto con il passaggio allo student visa (prima crisi a luglio) e alla scadenza del secondo WHV nel 2018. Descrive poi in sintesi gli sviluppi successivi (student visa, Darwin, skill assessment rifiutato e appello respinto, altri student, proposte di sponsor) e come il peso dell’hospitality “solo per il visto” aumenti nel tempo.
Maurice condivide la sua esperienza: usa il working holiday dopo student master e postgraduate, in modo “tecnicamente utile” ma meno “spirituale”, troppo centrato sul lavoro; racconta la decisione di partire dall’Italia come fuga/ricerca di libertà e alcune difficoltà iniziali a Melbourne.
Chiudono con un consiglio: vivere il working holiday con leggerezza e come occasione unica di esplorare l’Australia, fare esperienze e viaggiare, senza trasformarlo in un percorso ossessivo solo per la residenza permanente, usando anche la metafora dei Pokémon per distinguere tra “medaglie” (certificazioni, piani visti) e il valore del viaggio.
Ragazzi, buongiorno e bentrovati al nostro podcast Departures – sogni italiani realizzati in Australia. Sono Maurice Bisaccia, agente di immigrazione registrato, e sono qui in compagnia di Danila, la mia compagna di avventure per questa trasmissione. Ci siamo posti l'obiettivo di accompagnarvi in un viaggio verso il successo — un successo molto diverso da quello che di solito le persone si aspettano, soprattutto se pensano all'Australia. E oggi trattiamo un tema molto, molto leggero, fantastico: parliamo di quello che è il "visto della libertà", il visto con cui la maggior parte delle persone scopre l'Australia, un visto che in realtà mi piace definire uno stato d'animo: il Working Holiday Visa.
Sono d'accordo.
Io e Danila l'abbiamo vissuto entrambi sulla nostra pelle, in maniera molto diversa, ed è proprio per questo che oggi vorrei che fossi più tu a raccontarci la tua esperienza con questo visto, il visto numero 417. Quando siamo arrivati noi se ne potevano fare solo due, oggi se ne possono fare tre, si possono fare più lavori: è un visto che è cambiato in questi dieci anni — noi siamo vecchi, praticamente abbiamo visto le riforme — ma è un visto che, come ci dirai, ci cambia anche dal punto di vista personale, e oggi vogliamo guidarvi nel modo migliore per viverselo appieno. Danila, raccontaci tutto di come hai vissuto questo visto.
Allora, partiamo dal presupposto che io in Australia volevo venirci, ma non avevo neanche lontanamente idea di cosa fosse il Working Holiday Visa. Io volevo andare in Australia.
Come ti è venuto questo pallino dell'Australia?
Mio nonno era venuto in Australia, ai tempi delle prime immigrazioni italiane. In seguito ho scoperto che era approdato proprio a Fremantle, che è stato il posto in cui io ho vissuto per tre anni. Crescendo, intanto, sentivo che lui parlava inglese, cosa non troppo comune per i nostri nonni.
Assolutamente no.
Esatto: il suo inglese era praticamente da madrelingua — era arrivato in Australia a 15 anni, se non sbaglio — e io invidiavo tantissimo che sapesse parlare un'altra lingua. L'aveva imparato lì. Tant'è che, una volta finita la sua carriera in Italia, da pensionato traduceva libri e tesi dall'inglese all'italiano, aiutava ragazzi universitari con la lingua. Quindi sono cresciuta con questa cosa: "mio nonno è stato in Australia, e io voglio andare in Australia".
Ai tempi — sembra che parliamo di cent'anni fa, ma il mondo del digital si sta evolvendo super velocemente — non c'era neanche Instagram, quindi figuriamoci gli influencer che parlavano di Australia. Era veramente difficile reperire informazioni: al massimo c'erano dei blog. Non c'erano nemmeno i gruppi Facebook quando ho iniziato a informarmi.
Quando sei partita?
Sono partita a 24 anni, però quando ho iniziato a informarmi ne avevo forse 18, 19. Sì, c'era Facebook, ma non era utilizzato come oggi.
E che anno era?
Il 2016. Avevo iniziato a informarmi sull'Australia e sapevo solo di volerci arrivare; il come, proprio come arrivarci dall'altra parte, no. Poi, fast forward: all'università, al secondo anno, una mia compagna di corso — anche lei, come me, lavorava full-time — mi disse: "Guarda, io non ne posso più di lavorare e studiare full-time. Mi prendo sei mesi, vado in Australia con il Working Holiday Visa, vado a lavorare nei campi di banane, vivo in van, mi viaggio un po' l'Australia, lavoro, metto da parte un po' di soldi e con quei mesi di lavoro riesco a mantenermi tutto il terzo anno. Così mi laureo e poi si vedrà." E a me questa cosa era sembrata una sorta di magia.
C'era un pochino tuo nonno che c'era stato, e un po'…
Sì. Nel frattempo io ero andata avanti con la vita: il diploma, l'università. E figurati, quando dicevo che volevo andare in Australia tutti mi ridevano in faccia: "Ma dove vuoi andare, in Australia? Ma da sola?". Poi, mentre stavo finendo l'università — perché sapevo di voler concludere quel percorso — uno dei miei amici più cari del tempo, per fuggire un po' a una situazione non troppo positiva in Italia, mi disse che sarebbe andato anche lui in Australia, a lavorare nei campi di banane a Cairns.
Tutti ad andare a lavorare con le banane a Cairns! Quella era la miniera.
Esatto, esatto. E quindi, nel frattempo, i blog e Facebook avevano iniziato a prendere piede e ho iniziato a incontrare sempre più persone che andavano in Australia in una forma o nell'altra. Intanto avevo finito l'università, avevo fatto il master…
Ma l'idea di partenza era quella di partire e farsi un anno, o quella di partire e rimanere?
Allora: io sapevo che sarei partita per andare. Però quello che dicevo, soprattutto a mia madre, era: "Vado, faccio sei mesi, nove magari, imparo un po' meglio l'inglese e poi torno e qualcosa mi invento qui". Ma quando ho lasciato casa, io sapevo che stavo partendo per andare. Poi non sapevo se sarei rimasta in Australia: io ai tempi non sapevo neanche cosa fossero i visti. Dicevo: "magari poi vado a Londra, magari vado…" — non lo so dove. Sapevo che lasciavo la situazione in cui ero; dove sarei andata dopo, magari pensavo "torno, vado a vivere che ne so a Roma, a Milano".
Ma a spingerti era stata l'insoddisfazione del tuo contesto, o proprio solo una voglia di conoscere, di andare lontano?
Io ho sempre adorato viaggiare: la prima cosa che ho fatto quando ho compiuto diciott'anni è stato trovarmi un lavoro per potermi pagare il mio primo viaggio, perché quando dicevo ai miei "io voglio viaggiare" loro mi rispondevano "e tu devi andare a lavorare, mica ti diamo i soldi".
C'è questa differenza, perché secondo me ci sono persone spinte — non necessariamente verso l'Australia — dalla curiosità di vedere un posto nuovo, e altre spinte invece dalla necessità di andare quanto più lontano possibile.
Io le avevo entrambe. Volevo andare il più lontano possibile dalla realtà in cui ero. Non che fuggissi per necessità economica: come raccontavo nel primo episodio, non stavo diventando ricca e non facevo il lavoro che mi piaceva, però arrivavo a fine mese. Ma la mia realtà non mi piaceva: per lavoro guidavo tutti i giorni, quindi ero sempre nervosa — il traffico, il parcheggio. Vivevo in una città che non è brutta, ma in cui non mi piaceva vivere: vivevo a Perugia, non mi piaceva il clima e in generale mi sentivo stretta in quella situazione. Poi io già da piccola dicevo "voglio andare a vivere in un posto in cui si parla inglese": sapevo di voler imparare l'inglese. Quindi il primo germe è stato: vado in Australia, imparo l'inglese, faccio il giro dell'Australia e poi torno. Perché, ripeto, non avevo neanche lontanamente idea di cosa fosse il mondo della migrazione: zero. Non sapevo che potevo rinnovare, non sapevo degli student visa, non sapevo della PR.
Quello del visto è un concetto che per noi europei non è assolutamente naturale. Ogni tanto, quando un ragazzo mi dice "ah, ma come, il visto? Non è come in Europa che posso stare quanto voglio?", mi fa un po' sorridere. Però poi penso: in realtà, effettivamente, non siamo abituati. Anch'io — poi ti racconto, avendo usato anch'io un agente — la questione del visto l'ho realizzata davvero solo alla scadenza del mio.
Io mi ricordo che, appena arrivata, cercavo di rifuggire dagli italiani — non per antipatia: volevo imparare l'inglese. Perché se ti circondi di italiani, ragazzi, alla fine dei giochi lavori con gli italiani, vivi con gli italiani, esci con gli italiani…
E alla fine del Working Holiday hai imparato molti dialetti…
Esatto: e nessun inglese! E poi sei bloccato. Quindi dicevo "voglio stare più lontana possibile dagli italiani". Però quello che avevo visto da subito era che tutti gli italiani che incontravo erano bloccati in questo processo migratorio, e ho dovuto subito iniziare a fare i conti con questo aspetto. Dicevo: "ma sono tutti pazzi? Tutti a rincorrere visti, non si godono l'Australia!". Perché, ripeto, per me era un viaggio più lungo in cui sì, potevi lavorare, ma di fatto io volevo conoscere l'Australia. Sono arrivata comunque con una certa pesantezza d'animo, perché partivo verso la libertà ma sapevo che stavo lasciando la mia vita per un lungo tempo. Infatti sono tornata per la prima volta in Italia dopo quasi due anni, per una settimana, e poi sono rivenuta qui.
Io invece — quelle cose folli che si fanno da giovani — una volta ho fatto tre giorni: volevo andare a trovare il mio papà e ho detto "vabbè, ho un weekend libero, torno in Italia". Una cosa terribile. C'è anche da dire che una volta, non so come fosse possibile, si poteva tornare in Italia con 500–600 dollari andata e ritorno. Adesso… ma secondo te io quanto l'ho pagato il volo per tornare in Italia ad aprile? Non me lo dire, che poi divento invidioso.
Mille dollari?
Mille dollari, onesto. Però io mi ricordo un andata e ritorno a 571 dollari, parlo del 2017, da Melbourne.
Ed è ancora possibile? China Eastern, China Southern…
No, mi ricordo qualcosa tipo Etihad. Vabbè, qui stiamo andando fuori tema.
E quindi sì, partivo. Mi ricorderò per sempre l'ultima notte che ho passato in Italia, piangendo disperata perché non avevo la valigia pronta. In valigia non stavo mettendo solo i vestiti: stavo mettendo la mia vita. Preparavo gli scatoloni da lasciare a casa di mia madre, consapevole che non li avrei riaperti per molto tempo.
Sono ancora lì?
Sì, sono ancora lì, e ogni volta che sento mia madre mi fa: "Questa roba, che ci dobbiamo fare?". E io: "Mamma, non lo so, magari poi torno, tu lasciala lì". Poi non c'è niente di valore, solo ricordi.
Anch'io sono andato a rivedere gli scatoloni a casa dei miei e ho detto: "Non mi serve più niente".
Guarda, mi sono riportata due diari del liceo con dentro un sacco di foto — e mi emoziona sempre un po' che mia figlia li sfogli: "Guarda, mamma! Mamma! Mamma!". Ma alla fine dei giochi non c'è niente di cui dici "me lo devo riportare". Però, insieme a quei pochi vestiti, ho portato con me oggetti che per me erano significativi, piccole cose comprate in viaggio. Per cui, ti ripeto, c'era un carico emotivo pesante, perché io sapevo che stavo andando per andare, anche se raccontavo a tutti "ci vediamo fra nove mesi".
Fast forward: sono arrivata in Australia e due settimane dopo avevo comprato un 4x4. Il lavoro, poi, ha trovato me, perché erano altri tempi: il primo giorno, in pieno jet lag, stavo facendo una passeggiata a due passi dall'ostello e una tizia mi ferma per strada: "Vuoi lavorare qui per noi?". Letteralmente così.
Il classico cliché che in Australia ti offrono il lavoro per strada.
Sì, ed era andata obiettivamente così. Non ho accettato, anche perché in quel momento non sapevo neanche chi ero, jet lag pieno. Col senno di poi mi viene da ridere: mi voleva far fare volantinaggio fuori dalla sua pizzeria, 18 dollari l'ora cash in hand — quelle cose che sono proprio la fregatura per i nuovi arrivati.
La fregatura! Ti ripeto: a me, quando mi offrirono 17 dollari cash in hand, l'ho fatto per un paio d'anni e io ero contento!
Sì, però lì per lì ho detto di no perché ero appena arrivata. E quindi, due giorni dopo, mi sono trasferita a Fremantle, il posto in cui poi ho vissuto per oltre tre anni, e ho trovato lavoro subito.
Facciamo un piccolo riassunto per chi non ha seguito gli episodi precedenti: tu arrivi dall'Italia, stavi finendo l'università e lavoravi come rappresentante di sigarette.
Aspetta, no: allora, io ho fatto la rappresentante di sigarette per tre anni. Poi, a gennaio del 2016 — ero a Capodanno a Cuba — il governo di allora abolì i contratti a progetto: tutti i co.co.pro. sarebbero dovuti diventare partite IVA. Il mio lavoro, che era un contratto a progetto, sarebbe diventato a partita IVA. Mi fecero questa comunicazione e la mia risposta fu: "Ragazzi, vi do le dimissioni". Quindi io, da Cuba, avevo lasciato il mio lavoro — che comunque era un lavoro a tempo pieno, per quanto con un contratto ridicolo visto che ci lavoravo già da tre anni. E per tutto il 2016 ho fatto qualsiasi cosa capitasse, purché riuscissi a pagare le spese e viaggiare.
Un po' di lavori saltuari?
Di tutto, non saprei neanche dirti: promoter, call center, cameriera, babysitter… Qualsiasi cosa, perché il mio obiettivo del 2016 era: faccio il master e faccio un viaggio al mese.
Prima di partire, qual era la tua idea del mondo del lavoro italiano? Eri spaventata, ti sentivi sfiduciata?
Ero realista. Io penso che non si possa dire in assoluto che in Italia il lavoro non c'è, né che in assoluto vieni pagato male. Penso che il mercato del lavoro italiano non sia accogliente verso i nuovi lavoratori. Se inizi, anche con un titolo di studio, ovviamente in quel campo l'esperienza non ce l'hai, per cui devi partire dalla gavetta. Benissimo, non sono contro la gavetta. Ma se devo anche sopravvivere in qualche modo, come faccio?
Però mi hai detto che sei stata tre anni in quell'azienda: in quei tre anni avevi sperimentato una crescita, o ti sentivi al punto di partenza a livello salariale, di responsabilità, di competenze?
Ero comunque diventata area manager del settore; oltre non c'era molta possibilità di crescere. Cioè, oddio, forse avrei potuto, ma non mi interessava granché, quindi non ho mai messo troppo impegno — anche se ero al top del mio gruppo: vincevo ogni anno la vacanza premio, ogni anno facevo la rappresentanza del gruppo all'Isola d'Elba, ad agosto.
E a livello salariale avevi sperimentato una crescita?
Della crescita marginale: mi sembra che avevo iniziato a circa 8 euro l'ora ed ero arrivata a 10 euro l'ora, una roba del genere. Il vero punto era che io lo facevo solo per sopravvivere: non c'era un vero interesse in quel settore.
Quindi in nessun momento, in Italia, ti sei detta "qui c'è una prospettiva per una carriera a lungo termine"?
No, perché la partenza non era mai buona. Io non volevo fare un lavoro qualsiasi solo per i soldi: avrei voluto fare o un lavoro che mi piaceva, o un lavoro che mi avrebbe potuto portare a una crescita, partendo dal mio corso di studi o dai miei interessi. E qui ci arriviamo, perché quello fu l'anno in cui iniziai a lavorare con i social media. I miei interessi erano i viaggi — avevo il travel blog e postavo sulla mia pagina Instagram — poi studiavo nutrizione, e intanto dovevo sopravvivere, non avendo ancora trovato il modo di monetizzare concretamente nessuna delle mie passioni.
Avevo avuto le prime offerte di lavoro con il blog, come accennavo nella prima puntata: avrei potuto iniziare a monetizzare parlando bene e facendo pubblicità positiva di tutte le destinazioni in cui venivo mandata. Ma io viaggiavo — e viaggio ancora oggi — per piacere. L'idea di fare il viaggio di gruppo con altri travel blogger, vedere tutti la stessa cosa, mostrare tutti la stessa cosa e dire quanto è bello andare tutti insieme nello stesso posto, non mi piaceva. Quindi, quando al primo anno di blogging mi è stato proposto di iniziare a monetizzare così, ho detto no: le dinamiche non mi piacevano.
Al contempo, però, gente che conoscevo e che aveva un'azienda cominciava a chiedermi: "Ma perché non mi aiuti con la mia pagina Instagram?". Anche lì c'era — come purtroppo ancora oggi — il modo sbagliato di vedere i social: "io voglio più follower". Sì, ok, ma che ci vuoi fare con questi follower? Cosa vendi, che prodotto hai? Comunque avevo preso il mio primo cliente, che tra l'altro mi dava 400 euro al mese — più di quello che mi veniva offerto per fare il tirocinio nel mio settore, capisci? Era tutto un contrasto. Ed è un cliente che ho portato con me in Australia: il mio lavoro da remoto è iniziato già allora, avevo questa piccola entrata.
Quindi io sapevo che nel mondo del lavoro italiano ci sarebbero potute essere delle opzioni. Il punto è che non erano opzioni per me: non volevo tornare a vivere con i miei, perché ero andata via di casa a diciott'anni, e la città in cui sono cresciuta mi stava stretta, non c'erano le prospettive giuste per me. Io penso che se hai una famiglia che ti può supportare nei primi anni di gavetta, puoi fare una buona carriera anche in Italia. Poi lo stile di vita è un'altra questione: lo stress, la quantità di ore di lavoro… c'è una cultura del lavoro diversa.
Esattamente. Tanti la banalizzano con il "non ti pagano abbastanza", ma non è necessariamente quello: c'è anche qualcosa di culturale. Da quel poco che ho visto — dai genitori, dai parenti, dalle poche esperienze lavorative fatte in Italia — magari lo approfondiamo nella puntata imprenditoriale, ma alla base c'è una cultura molto più gerarchica, dove il capo è quasi un'entità sacra e dirgli di no è praticamente impensabile. E poi non è solo questione di soldi — che ovviamente sono un grosso problema — tante persone vogliono poter avere i propri confini all'interno del mondo del lavoro. E poi si sviluppa, secondo me — dimmi tu se sbaglio — una specie di sindrome del lavoratore affezionato al proprio rapitore: o se ne va subito, o diventa parte integrante di quel sistema per cui sì, ti stanno sfruttando, ma ormai ti ci sei affezionato. Come il nostro amico che ci mandiamo ogni tanto su Instagram!
Sì, sì! E quindi, nel senso: io non vedevo l'Italia necessariamente come un "no". Tanti miei compagni di corso, che avevano un contesto di supporto economico diverso dal mio, hanno avuto la possibilità di fare master più prestigiosi, di essere mantenuti agli studi dai genitori e potersi concentrare al 100% — e non c'è niente di male, semplicemente non era la mia situazione. Io guardavo la mia situazione specifica: non avevo l'azienda di mamma e papà in cui andare a lavorare, mamma e papà non potevano supportare il mio proseguire gli studi — non per cattiveria, ognuno ha le sue possibilità. Quindi dicevo: questo contesto semplicemente non fa per me. In più, a livello proprio di stile di vita, non mi piaceva quello che avevo intorno: il classico vivere in attesa del weekend per andarmi a far vedere agghindata nel locale non era il mio stile di vita. E quindi ho detto: "Sai che c'è? Questa Australia mi chiama già da tempo. In più c'è andato il nonno". Era tutto un continuo sentire "l'Australia, l'Australia, l'Australia" — sai quando dici "connettiamo questi puntini"?
E ancora ricordo Ferragosto del 2016: in quel periodo, tra le varie cose, stavo lavorando come gelataia — le ho fatte veramente tutte. All'ennesimo turno finito super tardi, andata a dormire alle 4 e svegliata che era già mezzogiorno, ho detto: "Sai che c'è? Oggi è il giorno. Io richiedo il Working Holiday Visa". E l'ho fatto.
Ti racconto un fun fact: ho ricevuto ovviamente l'auto-grant, che ai tempi era scontato. Ma io non sapevo che esistesse l'auto-grant, quindi ho ricevuto queste due email dal Dipartimento e ho detto "ok, sarà la ricevuta". Per mesi sono stata in attesa che questo Working Holiday Visa venisse approvato!
Ma hai dovuto rallentare la partenza?
No, no: più che altro mi chiedevo a chi dovessi fare reclamo! Succede spesso, questa cosa: "Ciao, guarda che ho richiesto il Working Holiday Visa ma non arriva". E io: "Sei sicuro? Quante email hai ricevuto?" — "Due." — "Due vuol dire che è arrivato!". Per chi non lo sapesse: quando si richiede un Working Holiday Visa si ricevono una email chiamata acknowledgement letter — il Dipartimento riconosce la vostra domanda, è la ricevuta — e poi una grant letter. Io avevo aperto solo l'ultima arrivata, pensando fosse la ricevuta.
Ragazzi, se ci state ascoltando e volete richiedere il Working Holiday Visa — dato che è uno di quei visti facilissimi, per cui non spingiamo mai a farlo tramite agenzia, è davvero a prova di errore — ricordatevi il trucchetto per capire se ve l'hanno concesso: una volta inviata la domanda, dentro il vostro ImmiAccount, nella schermata principale, se dice received la domanda è stata ricevuta ma non è ancora stata presa una decisione; se dice finalised vuol dire che una decisione è stata presa — e se è stata presa molto in fretta, vuol dire che è positiva.
Esatto. E quindi niente: un mese dopo avevo comprato il biglietto e tutto quanto, e intanto dicevo "ma come faccio a partire che il visto non me l'hanno ancora dato?". Poi ho detto: "Vabbè, fammi controllare bene…"
Ho fatto queste domande perché volevo che l'ascoltatore si immedesimasse nel "te" pre-partenza. Tante persone che parlano con me — quando mi arriva una consulenza dall'Italia — portano proprio quel sentimento: chi di impotenza, chi di insoddisfazione, chi sta cercando di scappare da qualcos'altro che a un certo punto ci spinge ad andare lontano. Sono sempre molto curioso del "perché l'Australia": geograficamente siamo agli antipodi, quindi mi viene quasi da pensare "come cavolo ci sei finito fin quaggiù?". Poi penso alla mia storia e spesso capisco: le motivazioni possono essere più dentro di noi che fuori. E poi ci torneremo, perché uno dei prossimi episodi — se non il prossimo — sarà su come approcciare il ritorno: tante persone ritornano, e anche quello è qualcosa da preparare in chiave di successo personale, come capitalizzare l'esperienza quando non si è tramutata in quel successo che definiamo residenza permanente.
Ma quello che vorrei che ora ci raccontassi è cosa è successo dopo il salto: hai ottenuto il visto — senza saperlo, tra l'altro — prendi l'aereo… A livello psicologico e di esperienza: innanzitutto, quanti Working Holiday hai fatto? E come ti sei approcciata al tempo che passava, ai visti che iniziavano a scadere? Come hai gestito quella situazione da clessidra, il vivere col tempo contato?
Ragazzi, io l'ho vissuta malissimo, adesso vi racconto! Allora, intanto: io li ho fatti tutti, i visti — li ho ricevuti, li ho pagati, li ho pianti tutti. E nello specifico ho fatto i due Working Holiday Visa, perché ai tempi erano gli unici due che si potevano fare, non tre.
Quindi hai fatto le farm?
Certo che ho fatto le farm!
Male, ti ci manderei adesso! Possiamo andare a fare un giro a raccogliere banane a Cairns…
Sì, ho fatto le farm, anche perché lo spirito di partenza era quello di fare un'esperienza fuori dalla comfort zone. E parliamoci chiaro: tendenzialmente un ragazzo italiano con una laurea, di famiglia "normale", le farm non le fa.
Io invece le farm le ho fatte in Italia! Tre mesi: anch'io ho fatto i miei "88 giorni", ma come punizione, per aver preso due o tre debiti a scuola — mi pare matematica, fisica e latino — ed essere stato rimandato a settembre. Avevo anche una mezza idea di lasciare il liceo classico per fare l'alberghiero; mio padre si oppose e per punizione mi mandò da questo contadino in campagna. In realtà gli davo una mano: non era un vero lavoro forzato, e ogni volta che mio padre provava a punirmi — ci ha provato due volte — finiva quasi per farmi un favore. Passavo il tempo con il figlio del contadino, che ovviamente non aveva voglia di lavorare, e stavamo a giocare alla PlayStation. Un'altra volta mi ha mandato a Montecarlo a imparare il mestiere di cartongessista — e credo di non aver mai montato un cartongesso! Perché, ti spiego: Montecarlo è un gigantesco parco giochi. Quando sono arrivato lì e ho visto quei negozi, quei palazzi — mio padre mi aveva mandato tramite un amico di mio zio, quindi c'era grande confidenza — ho detto: "Angelo, sai che c'è? Io non voglio un centesimo (e infatti non l'ho avuto), ma qua non mi vedi proprio". Quindi in realtà mio padre mi aveva mandato in vacanza senza saperlo.
E allora sì, ho fatto le farm. In realtà io sono arrivata a Perth il 19 novembre 2016, e la prima impressione sull'Australia è stata pessima: andavo in giro per le vie di Perth i primi giorni e alle cinque del pomeriggio era tutto chiuso. Ho detto: "Ok, se questa è l'Australia, ragazzi, io me ne vado domani".
Voi europei, abituati ad andare a cena tardi e alla vita "normale"…
Diciamo che ancora oggi non è che sia molto ben presa da questa cosa che tutto chiude presto, eh — anche dove abito adesso! Comunque: al quarto giorno tutti già parlavano di questa Fremantle, e ho detto "vabbè, prendiamo questo Uber". Sono andata a Fremantle e ragazzi, mi sono innamorata. Ho fatto il primo bagno in quest'acqua cristallina, poi una passeggiata per il centro, e c'era il tramonto, questo cielo rosa fucsia. Spoiler: in WA ci sono i tramonti più belli dell'Australia — del mondo, ragazzi! Per tre anni il mio Instagram è stato un tramonto al giorno, perché amavo follemente andare a guardare il tramonto. E lì ho detto: "Ok, io voglio stare qui".
E tu adesso abiti nel polo estremamente opposto rispetto a dove ti sei innamorata! Ma la mia domanda è: ti è subentrata subito l'ansia del "come faccio a stare di più"?
No, zero. Ho detto: "Capirò. Intanto iniziamo: devo comprare una macchina, quindi devo trovare un lavoro". Ho consegnato due curriculum in croce e mi hanno chiamata tutti e due, quindi ho iniziato subito a fare due lavori come cameriera — hospitality, ovviamente: appena arrivi, quello si fa. E il mio shock del primo giorno: porto il curriculum come cameriera e mi dicono "ok, devi prendere gli ordini". E io: "Come, io devo prendere gli ordini?" — "Fai la cameriera, gli ordini li devi prendere!" — "Ma io sono arrivata ieri!". Al primo turno una signora mi ordina un "latte". Proprio così: latte. E io penso: "Ha capito che sono italiana, vuole il latte!". Vado al banco del bar e dico: "Can I please have a glass of milk?". Il barista: "Ma sei sicura? Ti ha chiesto un latte o un bicchiere di latte?" — e io, convinta, presento a questa signora un bel bicchiere di latte freddo.
Long story short: il "latte" in Australia è latte e caffè! Un consiglio che possiamo dare, dato che si finisce quasi tutti inizialmente nell'hospitality: guardatevi qualche video su YouTube e leggete i nostri articoli — ragazzi, abbiamo una guida all'hospitality in Australia, con un excursus sui vari ruoli all'interno di un ristorante, i vari caffè, come funziona, i diversi tipi di locale. È importante che impariate come si chiamano questi benedetti caffè, perché non è come da noi: c'è il cappuccino, che effettivamente è la stessa cosa del nostro, ma tutto il resto è un po' diverso.
Per esempio manca una cosa che si ordinava spesso nei bar in Italia e che qua non vedo: il latte bianco! Io ho lavorato per tanti anni al bar a Torino: quando ti ordinano un "latte bianco" è un latte caldo con una spolverata di cacao e la schiuma.
Mai preso un latte bianco in vita mia!
E comunque qui va pochissimo l'espresso: forse solo noi italiani andiamo di espresso o macchiato. Se non ti danno la litrata di qualcosa… che poi, secondo me, è pure un po' più sano rispetto a bersi tre cappuccini al giorno! Comunque sì: hanno nomi completamente diversi che possono indurre in errore.
E vabbè, quindi, long story short: ho iniziato a lavorare, i primi turni in hospitality, e ho comprato il four-wheel drive — una bella Jeep Cherokee del '95, ben scrostata dal sole.
Quindi hai iniziato con i road trip?
No, allora: ho detto "devo prendere la macchina per andare a fare le farm". E a proposito, ragazzi, ci scrivete in tantissimi: "Posso andare a fare le farm senza macchina?". Potenzialmente si può fare tutto, però come fai ad andare in zona rurale senza macchina? Finisci per dipendere da Tizio, Caio e Sempronio per i passaggi.
E nel frattempo ho trovato casa: appena arrivata ero in ostello, poi ho preso una share house — ovviamente con altri ragazzi italiani, perché quando arrivi, chi te la dà una casa? E questi ragazzi italiani: uno era permanent, uno era in sponsor, uno stava cercando di capire cosa fare. E lì scopro il magico mondo della migrazione australiana. Dio mio!
Questo prima di fare gli 88 giorni?
Prima, subito, le prime settimane. Scopro tutto ciò e dico: "Ok. Quindi, se voglio rimanere in Australia, questo è il mondo". Sono arrivata a novembre e ho vissuto in quella casa fino a dopo Natale; pochi giorni dopo Natale sono partita alla volta di Melbourne, perché il famoso amico partito col Working Holiday prima di me viveva lì. Ho detto: mi faccio tutto il giro del sud del Western Australia, attraverso il Nullarbor, arrivo in South Australia, facciamo le winery del South Australia, andiamo a trovare l'amico a Melbourne; poi, tornando indietro, vado a fare le farm in South Australia. Ho fatto questo mega viaggio bellissimo, indimenticabile — e col senno di poi, mannaggia: c'era Instagram e lo usavo, ma non com'è adesso, i reel, le storie… quindi ho pochissimi contenuti di quel viaggio meraviglioso. Però ho tanti ricordi.
Sono arrivata a Melbourne, ho trovato il mio amico e ho pure pensato: "Magari mi faccio qualche mese di vita a Melbourne". Ma no: bella, ma a me non piace vivere in città. Mi piace avere i servizi delle città, poter fare tutto ciò che la nostra società offre, ma non mi piace vivere nel traffico e nei palazzoni: ho bisogno della natura sempre presente. Quindi cinque giorni a Melbourne sono bastati. Sono andata ad Adelaide: vista, non mi è piaciuta — sempre perché le città non mi piacciono. Volevo lavorare nelle winery intorno ad Adelaide, ma c'erano stati dei flooding, la stagione era in ritardo, una cosa e l'altra… stavo lì e dicevo "queste farm sembrano una forzatura". Quindi: di nuovo attraverso il Nullarbor, tremila chilometri indietro, e sono tornata a Perth. Sono tornata nel caffè dove lavoravo, perché erano super contenti di me — nel frattempo avevo due lavori, un caffè la mattina e il ristorante la sera; ero tornata al caffè perché volevo lavorare la mattina e il pomeriggio andare al mare a guardarmi il tramonto. Torno lì e questi mi offrono subito lo sponsor. E io: "Oddio, adesso che faccio? Se accetto lo sponsor non faccio le farm, mi perdo questa esperienza…"
Quindi eri già ossessionata dal voler rimanere? Il fatto che ti avessero offerto uno sponsor non era l'occasione per dire "sì, chiudo la questione"?
No, perché avevo questo doppio sentimento: sì, voglio rimanere in Australia, ma voglio anche viaggiare il mondo, fare un'esperienza di vita. Se mi fermo qui alla mia prima opportunità non faccio le farm; e se poi per qualsiasi ragione lo sponsor non va in porto, il tempo è finito e le farm non le ho fatte, perché il Working Holiday è andato. E magari poi devo richiedere lo student — già allora sentivo di ragazzi che erano al quindicesimo student visa!
Eh, tieni conto che in quegli anni si poteva rimanere anche dieci anni in student visa, non era come adesso.
E poi soprattutto era l'anno in cui si parlava di rimuovere il 457.
Che poi è stato rimosso davvero. Il 457, per chi non lo sa, era una sponsorizzazione che non esiste più: era "bellissima", perché era molto più semplice rimanere in Australia dopo lo sponsor rispetto a ora. In realtà il sistema che abbiamo adesso è molto più simile al 457 di quello che c'è stato nel mezzo, che era un po' particolare. Ma quindi: ti offrono questo sponsor, tu cosa fai? Lo prendi o no?
Non lo prendo. Intanto, le condizioni: sponsor come restaurant manager — e possiamo dirlo: io in Italia la restaurant manager non l'avevo mai fatta neanche per sbaglio. Però qui in Australia — e non lo dico come critica — se sei una persona con grande intraprendenza e voglia di lavorare, ti mettono subito a capo di tutto, perché soprattutto in quel periodo l'hospitality si basava (e in parte ancora si basa) su ragazzini di sedici anni che si danno malati tre volte a settimana. Questi hanno visto una persona che al lavoro ci andava, lavorava bene, veloce, e si sono voluti togliere il pensiero di dover ricercare continuamente personale. Però ai tempi l'offerta non rispettava la paga minima: la mia bellissima, "irripetibile" offerta — dal proprietario italiano, anche se nel caffè erano tutti australiani — era di 44.000 dollari l'anno per lavorare 50 ore a settimana, ferie non pagate, per gestire quella baraonda.
In quegli anni con 44.000 dollari ci vivevi, comunque erano 750 a settimana; adesso non ci paghi neanche l'affitto. Anche se, per alcuni award, tipo il Clerk Award, il minimo salariale è ancora più o meno quello — ovviamente nessuno lo offre, perché come fai a vivere in una città come Sydney con 50.000 dollari l'anno?
Comunque, il mio feeling era: mi perdo le farm, e in più non mi sembra l'offerta della vita. In più non avevo l'esperienza richiesta. Quindi sono andata a fare la chiamata con l'agente d'immigrazione — il capo mi aveva messo in contatto con questo agente — e spiego che esperienza non ne avevo. Mi viene suggerito di farmi fare delle buste paga false dall'Italia. E io, ovviamente super ingenua: "Chiedo scusa, ma se mi scoprono che succede?" — "Eh, vieni messa in lista nera, un bollino attaccato al nome, e rischi il rifiuto per altri visti." A me tutto ciò era sembrato una forzatura, quindi ho detto: "Guarda, rifiuto l'offerta e vado avanti. Grazie, lusingata".
E sono partita, questa volta verso nord: volevo arrivare a Darwin, perché il mio obiettivo era fare il giro dell'Australia. Ho detto: vado fino a Darwin, magari ci lavoro, e poi vado a Cairns e faccio un po' di banane anch'io. Invece no: sul percorso mi sono fermata a Carnarvon — o "Carnarvon" come lo pronunciano loro — circa dieci ore a nord di Perth. E anche lì il lavoro me l'hanno praticamente offerto, in un posto dove non mi ero nemmeno fermata a chiederlo. Quindi ho fatto una settimana di leaf plucking — togli le foglie dalle vigne — e poi pruning di vigne per un altro mese e mezzo. Finisce la stagione, e che faccio? Nel frattempo avevo conosciuto altri due ragazzi italiani, tra l'altro della mia città, che in Italia non conoscevo; insieme siamo tornati nel sud del Western Australia e lì abbiamo lavorato in un packing shed con le mele. E dei tre mesi che dovevo fare d'obbligo, in realtà ne ho fatti sei, perché era uno stile di vita che mi piaceva molto: a contatto con la natura, svegliarsi presto la mattina, andare a dormire presto, vivere all'aperto.
Quindi nel frattempo avevi aggiustato il tiro rispetto a quando eri arrivata e rigettavi l'idea che tutto chiudesse presto!
Sì, avevo cambiato ritmo: mi piaceva svegliarmi all'alba e vedermi comunque il tramonto. Quindi faccio questi sei mesi e arriviamo alla scadenza del mio primo Working Holiday Visa. Avevo un biglietto prenotato per un viaggio in Asia — anche questo un classico: finisco il primo Working Holiday, viaggio in Asia, torno e faccio il secondo. Che succede? Io, il mio fidanzato di allora e le altre persone che erano in farm con noi facciamo tutti insieme la domanda per il secondo Working Holiday Visa. Arriva a tutti… tranne che a me. Tutti con l'auto-grant, io no. E devo prendere una decisione: parto lo stesso e mi "brucio" la domanda, dovendola poi rifare da fuori senza sapere quanto ci mette? Oppure cancello il viaggio e rimango qui? Te la faccio molto breve: io e il mio fidanzato di allora ci siamo lasciati poco dopo, anche a causa di questo — c'erano già problemi da prima. Ai tempi ovviamente è stato un grosso cambiamento, stavamo insieme da tanti anni, ma ancora oggi, dopo dieci anni, siamo migliori amici, quindi direi che è andata assolutamente bene.
E quindi niente: torniamo a Perth — anzi, a Freo, perché io a Fremantle ho lasciato il cuore — ci siamo lasciati, io ho iniziato a lavorare in questo ristorante e, neanche a dirlo, in tempo record mi hanno offerto lo sponsor…
Tutto quello che viene dopo il Working Holiday Visa voglio approfondirlo negli altri episodi. Ma quello che voglio capire è: se dovessi riassumere l'esperienza del Working Holiday, è stata un'esperienza leggera, che associ a uno stile di vita disteso, o te la sei fatta un po' rovinare da questa scadenza imminente del visto?
No: io tutto il tempo del Working Holiday Visa l'ho vissuto come un'avventura, un'esperienza. Le prime lacrime "da visto" le ho fatte quando il mio visto scadeva a novembre e ho fatto la prima consulenza per lo student visa: il 5 di luglio, ancora me lo ricordo. Lì ho realizzato che avrei dovuto richiedere lo student, e quella è stata la prima ansia. Però — questo migration agent, che gli vorrei menare se la incontrassi oggi… vabbè, manteniamo la calma — ai tempi, col senno di poi, mi era stato proposto questo percorso come se fosse valido per tutti: "Facciamo un anno di student visa, facciamo un RPL, ti fai quest'esperienza di 20 ore a settimana come restaurant manager, fai lo skills assessment — te lo danno sicuro, senza problemi — vai a Darwin o in Tasmania, ti danno l'invito sicuro, tempo un anno e mezzo e sei permanent".
Correva l'anno 1836… mentre Cristoforo Colombo scopriva l'America! Ragazzi, un consiglio che mi sento sempre di dare — e lo dico da agente: diffidate da quelli che vi dicono che è tutto facile, perché non è tutto facile. Sono veramente pochi i percorsi facili. La nostra amica Federica, tra l'altro collaboratrice di Atlas, ha avuto un percorso facile — ma perché ha avuto il percorso ideale.
Esatto: non facile, ideale.
Poi ci sono percorsi che hanno sicuramente più margine: ho tante persone in Working Holiday che magari arrivano già con tre anni di esperienza e un lavoro, e lì riesco a dare dei margini d'azione. Ma descrivere come "facile" un percorso dietro uno skilled visa… sappiamo benissimo che probabilmente non è stato il miglior consiglio.
In quel momento non potevo saperlo. Poi, subito dopo, ho conosciuto te: ho fatto i primi due student visa con quell'agenzia e poi, quando ero a Darwin, è iniziato il periodo con te.
Eccoci qua. Danila, ho ascoltato con grandissima attenzione la tua storia: hai fatto quella che si può definire un'esperienza di Working Holiday più o meno "nella norma". Due domande, perché immagino siano quelle che vengono in mente a chi ci ascolta. Uno: hai fatto le farm — quanti miliardi di animali strani hai visto? È vero che se fai le farm devi per forza essere mangiato da un ragno, da un serpente, da un dinosauro?
Con tutto quello che si vede su Instagram… io in sei mesi di farm ho visto UN ragno. Il farmer ha visto un brown snake; io non l'ho nemmeno visto. Forse il Queensland, con le banane, è più soggetto.
Ma tu hai vissuto anche a Darwin, no?
Sì — non durante il Working Holiday: durante il secondo student. Il secondo di tanti!
E a Darwin qualche animale strano l'avrai visto!
Beh, coccodrilli. Tanti coccodrilli. E un numero infinito di scarafaggi, che schifo. E bigattini, ragazzi, come se non ci fosse un domani: vermi ovunque. La mia fobia: la cosa più oscena del mondo, peggio degli squali, dei coccodrilli e delle meduse!
Però comunque hai fatto un po' di road trip, hai conosciuto gente, hai fatto belle esperienze. Rifaresti, insomma?
Oh sì, anche domani! In realtà sto cercando di convincere Marco, il mio compagno, a comprare un van: io prenderei un van e farei un bel giro dell'Australia; lui è un po' più fancy di me, vuole il van con il bagno e gli spazi, quindi siamo già verso il bus — e verso i 100mila e passa di costo! Stiamo cercando una quadra che faccia contenti entrambi, ma è in programma, prima o poi, un bel giro di tutta l'Australia: mi manca, lui l'ha fatto quindici anni fa.
E lui è qua da più anni di noi.
Sedici, sì. Io per dire non ho ancora fatto la costa est, quella "ovvia" che fanno tutti: ho fatto la ovest più volte, la sud più volte, ma non l'est.
È un po' come me con gli Stati Uniti: ho girato Chicago, Las Vegas, ma mi sono lasciato New York, in teoria per ultima… e adesso, con la famiglia, ancora niente! Me la farò coi bambini, voglio dargli un'esperienza significativa. Quindi, da quello che ho capito, tu non ti sei fatta condizionare troppo l'esperienza dal visto, e poi dalla fine del Working Holiday è iniziata tutta la trafila.
Ti dirò: ho avuto quel momento di crisi il 5 luglio, che mi ricorderò per sempre, perché ho realizzato a cosa andavo incontro. Poi mi sono tranquillizzata, perché ho detto "beh, c'è un piano: un anno e mezzo e sono permanent".
Ci vuole un piano per rilassarti!
Sì! Perché se so quello che devo fare, lo faccio: mi dici "devi fare questo, quello e quell'altro" e io lo faccio. A quanto pareva lo scoglio più grosso era prendere un punteggio alto all'IELTS — cioè, tutto ciò che era in mio potere. E comunque un inglese pratico l'ho sempre avuto: potevo parlare di qualsiasi cosa, magari in modo un po' limitato, ma senza problemi, perché viaggiavo già tanto, guardavo tutto in inglese, leggevo in inglese fin dall'adolescenza. La pronuncia probabilmente rimarrà sempre una barzelletta, perché ho iniziato a studiarlo da troppo grande, ma non avevo problemi.
Il secondo momento di crisi è stato a novembre del 2018, il giorno in cui mi è scaduto il secondo Working Holiday Visa: mi sono fatta un pianto assurdo, perché ho detto "ok, qui mi è finita la vita: da libera e tranquilla, adesso iniziano tutte le rotture di scatole". Poi in realtà mi sono fatta altri otto mesi di bridging visa, con gli stessi diritti del visto precedente. Però lì per me è stato un altro momento di tracollo. Ti dirò, comunque: al di là della limitazione delle ore lavorative, che pesava, il primo anno di student l'ho vissuto bene, perché dicevo "sto studiando l'inglese, l'RPL l'ho preso, devo fare quest'anno di esperienza" — e lo stavo facendo, perché avevo trovato un'attività che mi metteva in regola per quel ruolo. Stavo facendo quello che mi dicevano e non la vivevo male.
Poi mi hanno detto: "Devi andare a Darwin o in Tasmania". Ho detto: "Beh, in Tasmania fa freddo, andiamo a Darwin che almeno è caldo" — non avevo valutato che fosse TROPPO caldo! E lì hanno iniziato a vacillare i tasselli: mi è stato detto "devi fare lo skills assessment", ma non mi è stato spiegato cosa fosse, e tantomeno sono stata avvisata che avrebbero potuto chiamare me per il colloquio dello skills assessment.
Cosa strana, perché è molto rara — probabilmente tipica dell'epoca: a oggi l'applicant non lo chiamano più.
Il fatto è che questi mi hanno chiamata e io non avevo la più pallida idea. E poi era una figura da restaurant manager "aggiustata", ovviamente: con 20 ore a settimana non sei una vera restaurant manager — un vero restaurant manager ne fa 60 di ore. Quindi fallivo nelle risposte, perché non erano compiti che facevo davvero. E la cosa è molto comune.
Sì, sì.
E vabbè, te la faccio breve: skills assessment rifiutato. "Nel frattempo facciamo l'appello, tanto lo vinciamo sicuro!" Ovviamente rifiutato anche in appello.
Un appello su uno skills assessment vinto è cosa rara. A me è capitato, addirittura, sullo skills assessment di un amico, di vincerne uno — amico che adesso è permanent — però è raro.
Sta di fatto che nel frattempo faccio domanda per un altro student visa — stavo ancora a Darwin — e la gente mi consiglia di valutare uno sponsor, "tanto due anni, tre anni e sei permanent". Diciamo che la mia fiducia era già un po' calata: da che dovevo già essere permanent, ero ancora in student! In più c'era questa hospitality, che finché l'ho fatta in Working Holiday e nel primo anno di student la facevo anche con divertimento — ero giovane, un ambiente in cui conosci tanta gente, il drink dopo il lavoro con gli amici, non era un dramma. Ma quando è diventato "fallo per due anni, per tre anni, solo per il visto"… nel frattempo dai 24 anni ero arrivata a 28: iniziava a esserci un peso non indifferente. E lì a Darwin ho iniziato a dire: "Ok, se questa è l'Australia, allora forse non è il posto per me, perché non voglio continuare a fare due, tre anni di un lavoro solo per il visto". E l'ennesima attività di Darwin mi offre lo sponsor…
Diciamoci la verità: Darwin è una città molto difficile da accettare nel lungo termine.
In certi momenti la pubblicizzavo anche come bella — non direi che è brutta in tutto! Però io poi ero a Darwin durante il Covid: non potevo neanche uscire da Darwin, non potevo viaggiare…
Ti ricordi? Darwin era uno dei piccoli "loophole" per uscire dal lockdown. Quando il nostro socio Francesco doveva raggiungerci per fondare Atlas, non poteva, perché il New South Wales non accettava arrivi dal Victoria: l'unico modo era passare da Darwin, l'unico posto che in quel momento concedeva arrivi da fuori, fare due settimane di quarantena in hotel e da lì volare in New South Wales.
E poi lì sei arrivato tu, e abbiamo valutato le opzioni: fare uno student "sensato" piuttosto che uno student a caso. La prima opzione era che andassi all'università — avevo anche preso la borsa di studio, ti ricordi? C'erano state opzioni favorevoli. Abbiamo optato per un certificato in cucina, per sbloccare il post-graduate visa… che poi non abbiamo neanche utilizzato, perché nel frattempo sono andata a Noosa, avevo lasciato completamente l'hospitality e avevo iniziato a fare il mio lavoro. Ma questa è un'altra storia.
Quello che mi è venuto in mente dal tuo racconto è che tu vai presa un po' come esempio: hai saputo dare la giusta dimensione al Working Holiday Visa, non te lo sei fatto condizionare. Perché il rischio era — e ci sei andata vicina — che il non concretizzarsi della residenza permanente ti lasciasse addosso un'esperienza negativa, e che quell'esperienza negativa si riflettesse poi anche su altre sfere del tuo ritorno. E qui mi collego alla prossima puntata, e al mio di Working Holiday Visa: il mio è stato sicuramente un Working Holiday mal utilizzato — e sono contento che sia andata così, perché oggi posso raccontare la mia esperienza come quella da NON seguire! L'ho utilizzato male a livello spirituale e bene a livello tecnico, come succede spesso nelle cose della mia vita.
Cosa è successo? Io non sono venuto in Australia col Working Holiday: sono venuto per fare un master, con uno student visa — il vecchio sottoclasse 576 — seguito dal post-graduate visa. Quindi io in realtà ho iniziato il Working Holiday Visa al quinto anno d'Australia, e qui vedo già gli sguardi shockati!
Però, se ci pensi: alcuni visti, come certi sponsor, hanno requisiti particolari — tre anni post-qualifica, il 186 direct entry— e avere due anni di post-graduate visa più un anno di Working Holiday dopo ti dà l'opportunità di sbloccare un intero programma migratorio. Un po' un "hack".
Quello che mi è mancato è altro. Io sono una persona che di errori ne ha fatti tantissimi, e se oggi posso dare consigli alle persone, secondo me non è tanto per il percorso educativo — il master in legge dell'immigrazione che ho fatto — ma per tutti gli anni passati a fare errori e a stare in contatto con altre persone. E uno degli errori che ho fatto è stato utilizzare malissimo il post-graduate visa. Perché io ho scelto l'Australia proprio col meccanismo dell'"andare più lontano possibile", per ragioni che poi ho scoperto essere dentro di me: probabilmente stavo scappando dalla mia vita più intima, più familiare. Forse volevo, inconsciamente, il posto più lontano, dove quasi non si potesse essere trovati. Magari le ragioni sono tristi, però il meccanismo è quello: se una persona sta scegliendo tra il Belgio e l'Australia e va a finire in Australia…
Per tantissimo tempo era rimasto un sogno confinato, una consapevolezza che non avevo il coraggio di realizzare: una relazione di quasi dieci anni in cui non mi trovavo più bene ma che, per quei meccanismi tutti italiani in cui il legame diventa quasi materno col partner, non riuscivo a lasciar andare; la voglia di indipendenza; le solite dinamiche in cui la famiglia ti condiziona la vita; le aspettative della società. Mi ricordo che lavoravo al bancone del bar — il mio solito lavoro malpagato, di notte, per non dover chiedere soldi — e mi ero appena laureato, in un momento di cocente delusione: invece di essere gasato per la laurea… la laurea in Scienze Politiche, mai nessun pezzo di carta è valso meno sulla faccia della terra! Probabilmente un sottobicchiere di un pub ti apre più porte! Le offerte di lavoro mi avevano buttato giù e ho detto: "Qui non ci siamo, morirò in questo bar".
Quindi ho iniziato a dire che sarei andato o in Belgio o in Australia. Sul Belgio c'era stata molta ricerca — c'era una bella scuola per quello che volevo studiare — mentre dall'altra parte c'era questo posto stranissimo, esotico, caldissimo, dove si poteva andare "far away". Ero molto più orientato sul Belgio: più vicino a casa, più persone che conoscevo, probabilmente avrei mantenuto una connessione. Però un giorno ho detto: "Vabbè, intanto lavoro al banco del bar e parlo sempre con la gente: a uno dico che vado in Belgio, a un altro che vado in Australia" — a qualcuno dicevo pure l'America, ma quella non me la potevo proprio permettere — e volevo vedere le reazioni. Quando dicevo del Belgio: "Ah ok, carino, ci sono stato, c'è stata mia cugina". E poi il mio momento di epifania, me lo ricordo come fosse ora: un cliente abituale mi guarda negli occhi e mi dice: "Che coraggio che hai, però". Perché io gliel'avevo venduta come già fatta, mentre in realtà stavo solo facendo qualche domanda. "Fare questo salto nel vuoto, mollare tutto e andare dall'altra parte del mondo… lo vorrei fare anch'io, ma non ho il coraggio, e la famiglia, e questo e quell'altro." Mi ricordo che quelle parole mi diedero una carica: mi riportarono alla mente l'anno prima, in Croazia con quattro amici, quando volevamo fare tutti il bungee jumping e avevamo paura di saltare. Alla fine l'ho fatto e mi ero sentito invincibile — "lo voglio rifare!" (poi costava troppo per rifarlo…). Quel giorno ho deciso: sono tornato a casa dal lavoro sapendo che dovevo fare questa cosa super coraggiosa. E da lì a tre settimane avevo visto e biglietto aereo.
Lì sono stato molto fortunato: i miei genitori hanno deciso di aiutarmi a pagare il master — ho fatto la Monash, che è una top university ma anche stra-costosa, da solo non ce l'avrei fatta — e mia mamma mi ha messo a disposizione dei soldi per mantenermi il primo periodo. Nella mia idea volevo fare solo l'esperienza di studio: non contemplavo neanche di lavorare, non mi interessava rimanere. E poi ho avuto uno shock terribile all'arrivo: non avevo capito che interrompere le varie relazioni avrebbe avuto un impatto emotivo enorme. E pensavo di andare al caldo: sono arrivato a Melbourne a luglio! Mi ricordo il giorno di Ferragosto: -1 grado, riscaldamento rotto, l'ho passato tutto sotto la doccia bollente. Mia madre mi fa una videochiamata su WhatsApp dalla spiaggia, con tutta la famiglia: "Come va?". E io ho iniziato a piangere: "Freddo! Freddo! Mi manca la mia ragazza, non so che sto facendo, io me ne torno!" Ero così in crisi che la mia ragazza mi comprò dei biglietti per tornare a novembre: "Ti sei appena arrivato, calmati, magari è solo lo shock". E non ti dico neanche che a novembre non stavamo più insieme e io non avevo nessuna intenzione di tornare — poi alla fine sono tornato, per carità, ma poi di nuovo indietro.
Il Working Holiday l'ho vissuto quando avevo già fatto la transizione fuori dall'hospitality. Nel post-graduate avevo già iniziato a lavorare: tu facevi la rappresentante di sigarette, io facevo il venditore di macchine — proprio il classico venditore di automobili, lavoravo alla Citroën. E il mio manager, il giorno che mi ha licenziato — sono stato licenziato, tra le varie! — mi ha proprio detto, ricordo le parole: "You landed in the wrong industry", sei capitato nell'industria sbagliata. Perché è un settore, secondo me, anche un po' tossico, dove ti deve interessare quello che vendi. Mi disse che probabilmente non avrei mai avuto successo nelle vendite — interessante, visto che poi credo abbiamo fatto milioni di dollari, forse più nelle consulenze che nel "vendere"! Ma rappresentare un prodotto in cui non credi e che non ti interessa… sono stato epico nelle mancate vendite.
Lavoravamo in questo concessionario dove c'erano le Citroën e le HSV, le macchine di lusso della Holden, con cilindrate mega — 6.000 di cilindrata, supercharged, tutte cose che ho dovuto studiare. Facevo molta più fatica a studiare la differenza tra compressore, turbocompressore e supercompressore che un trattato dell'Organizzazione Mondiale del Commercio!
E un giorno il manager mi dice: "Senti, questo big client ha già semi-firmato il contratto: tu lo devi solo portare a fare un test drive, non può andare niente storto". Peccato che, durante il giro su queste mega strade, lui mi dice di avere una Mercedes — e stava ovviamente comprando un altro brand. E io: "Che bella la Mercedes! La Mercedes è troppo elegante!" — di macchine ne capivo poche, ma la Mercedes mi piaceva per l'eleganza. Ho passato tutto il test drive a dire quanto fosse bella la Mercedes. Poi gli chiedo: "Ma come mai vuoi comprare questa macchina?" — "Eh, questo motore fortissimo!" — "Sì, però qui in Australia, con questi limiti che avete… io sono qua da poco, per carità, ma non puoi mai andare oltre gli 80 all'ora, arrivano le multe. Ha senso lasciare una macchina bellissima, se tanto la velocità…?". Scendiamo, tutto bene, molto simpatico, il manager: "Allora, firmiamo il contratto?" — "No, sai che ci ho ripensato? Mi tengo la Mercedes". Appena il cliente se n'è andato, il manager: "Che cosa gli hai detto?!" — "Nulla!" — "Di cosa avete parlato? Dimmi!". Aveva capito che c'ero di mezzo io. Comunque, non era assolutamente il mio lavoro.
Quando sono entrato nel Working Holiday Visa, avendolo usato a cavallo col post-graduate ed essendo già impiegato — lavoravo per un'agenzia di studi, ed ero in quel momento molto coinvolto nella loro causa: era il periodo in cui stavo emergendo come "il Maurice Bisaccia che sa tutto di visti", il periodo dell'intervista alla radio, l'omino che risolve i problemi — l'ho vissuto in maniera totalmente immersa nel lavoro. Ma allo stesso tempo il mio lavoro era chiamare persone che stavano vivendo quello che io non stavo vivendo: "Io sono a Fremantle!", "Io sono a Cairns!", "Stiamo facendo un mega road trip!". Una delle nostre task era chiamarle quando mancavano uno o due mesi alla scadenza del visto, per capire se volessero rinnovarlo. E alcune persone mi dicevano: "Mauri, io ho vissuto l'anno più bello della mia vita, e deve finire così, in questo apice. Torno a casa, proseguo l'università: questo era un anno sabbatico. Ogni giorno l'ho vissuto tra road trip, picnic, prendi un lavoro, lascialo, innamorati, disinnamorati, ho girato tutta l'Australia. Mauri, questo anno mi ha cambiato la vita". E io — a cui mancava un mese, due, alla fine del Working Holiday — dicevo: "Accidenti, l'ho vissuto anch'io così?". In parte sì: comunque quel visto porta a quella spensieratezza. Avevo il lavoro, ma riuscivo lo stesso a fare tante cose "stupide", tanti viaggi — ero ossessionato da Sydney, dove poi sono andato a vivere; ho vissuto cinque anni interi a Melbourne, che mi sono piaciuti, ma sai quanto io ami Sydney.
Quindi quel visto è comunque molto più leggero di tutti quelli che vengono dopo — a parte la PR: la PR poi alleggerisce proprio tutto. E se posso dare un consiglio: sì, se si vuole, un minimo di pianificazione — specie se lo usate dopo i 33-34 anni, lì diventa difficile — ma se lo usate quando siete "piccolini", secondo me: fregatevene! Mi dispiace dirlo così, perché da agente d'immigrazione si direbbe "no, fai lo skills assessment, fai questo, fai quell'altro". Però, come dicevamo prima: ci sono cose che non ritornano, e il Working Holiday Visa e quella spensieratezza non ritornano. Per dire: adesso ho la stessa leggerezza, ma se riuscirò a fare un altro viaggio on the road in Australia, con due figlie, non sarà lo stesso tipo di viaggio di dieci anni fa. Molte persone lo usano come un anno sabbatico, e quell'anno non può essere sprecato. Io, in altri momenti — anche durante il Working Holiday, perché per me era "ora o mai più" — tante volte non dormivo: "Adesso io come rimango?". Mi immaginavo già il ritorno a casa e tutta la pesantezza del riadattarmi. Poi mi hanno offerto lo sponsor e tutto si è alleggerito. E sono andato da tanti agenti di immigrazione che mi dissero "no, tu non puoi, non c'è modo": secondo me erano stati anche un po' superficiali nei miei confronti, non hanno preso davvero a cuore il mio caso.
Sono molto triste quando vedo persone che usano il Working Holiday Visa in maniera quasi ossessivo-compulsiva, arrivano verso la fine e hanno quella reazione: "No, l'Australia fa schifo!" — ce le abbiamo poi sui social. Molto spesso sono persone che la volevano tantissimo, si sono ossessionate, si sono vissute male il viaggio e non hanno raggiunto l'obiettivo, quindi se ne vanno sbattendo la porta. La classica volpe che non arriva all'uva e dice che è acerba. E mi dispiace, perché mi immedesimo molto nel loro viaggio: magari sono persone che hanno avuto davvero sfortuna — il titolare che ha promesso lo sponsor e poi non l'ha fatto, una legge che è cambiata. Però secondo me bisogna arrivare in quello stato mentale in cui dici: "Se capitalizzo, bene, mi impegno; ma assicurati di vivertelo a pieno". C'è un continente intero, mille città, persone da conoscere, esperienze che o le fai adesso o non le fai mai più. Anche il farming: è ovvio che non "vuoi" andare a zappare in Australia, però magari lo fai con dieci amici e ti passa — poi ci sono le love story tra i filari, la musica, ci si diverte pur faticando! E con la mentalità che anche questo ti potenzia il CV: perché se poi torni in Europa e sei stato bravo, hai imparato l'inglese, hai fatto esperienze dall'altra parte del mondo, hai ampliato gli orizzonti — magari è proprio quella diversità che un'azienda cerca. In un mondo in cui, come dicevamo la scorsa puntata, l'intelligenza artificiale ha un po' appiattito le differenze, aver fatto un'esperienza autentica conta. Anche viverla dicendo: "Sono arrivato, sono stato un anno a fare il cameriere da un titolare italiano che mi aveva promesso lo sponsor, poi è cambiata la legge, non s'è potuto fare, sono tornato in Italia" — quella stagione, alla fine dei giochi, te la sei vissuta comunque. Quindi va vissuto con quella leggerezza lì.
Chiudiamo con questa nota, ragazzi: vivetevi il Working Holiday con leggerezza. Quel visto sì — poi tutti gli altri sono diversi — ma quello è un visto che è un bonus, ok? Poi ne potete fare tre; secondo me, per certi versi, arrivare fino a tre in certi casi fa perdere un po' di valore, ma non c'è nulla di male a farli tutti e tre. Almeno il primo, però, dovete vivervelo così.
Ecco, voglio chiudere col giusto paragone — ce l'ho! Quando ero bambino, e ancora adesso (mia moglie poi commenta, quindi lo dico subito), ero ossessionato da un videogioco: i Pokémon. È un videogioco secondo me favoloso, perché la storia è quella di un bambino di dieci anni con davanti una mappa gigante — che per me è come l'Australia — che dice: "Mamma, io vado ad acchiapparli tutti, divento fortissimo, vinco la Lega!". Ma il bello di quel gioco — e io ci ho passato migliaia di ore, e continuo a passarcele — è che dovevi esplorare ogni singolo angolo, e a volte ti perdevi anche solo a chiacchierare con i personaggi. Il senso del gioco era proprio quel mega viaggio. E a me piace pensare all'Australia come a quel videogioco: alla fine la devi esplorare un po' tutta, in termini di esperienze e di posti fisici, per poter dire un giorno, quando tornerai a casa: "L'ho vista tutta". La fase delle medaglie, invece, è il "come mi arricchisco": faccio esperienze lavorative, divento manager di qualcosa, mi apro la mia piccola attività, miglioro l'inglese — prendo la certificazione con tutti 6, poi tutti 7, poi tutti 8 — lo skills assessment. Però senza perdere di vista che non conta tanto quante battaglie vinci: conta come ti godi il tragitto, le scoperte, l'andare in ogni angolo della mappa.
E infatti quella mappa l'abbiamo proprio trapiantata fisicamente sul muro del nostro ufficio! Quando venite a fare l'info-call gratuita vi diamo questa mappa e vi invitiamo proprio a esplorarla, ad andare in tutti quei posti: la trovate appesa sul nostro muro, perché speriamo di ridarvi un po' quelle vibe — esplora, perditi e goditi il tragitto.
Con spensieratezza!
Direi di sì. Se ci avete ascoltato fin qui, ragazzi, siete veramente pazienti — o forse anche voi dovevate andare piuttosto lontano, questa volta. Grazie ancora a tutti: vi ricordiamo che questo è Departures, il podcast dei sogni italiani realizzati in Australia, con Danila e Maurice Bisaccia. Ci vediamo al prossimo episodio. A presto, ciao!