Cos'è il successo?
Danila e Maurice presentano “Departures”, un nuovo podcast nato dall’esperienza decennale in Australia e dal lavoro con Atlas Migration, agenzia di immigrazione avviata nel 2020 durante il Covid e diventata un riferimento per la community italiana.
Spiegano che il podcast non sarà centrato sulla migrazione, ma su un’idea di successo più genuina ed equilibrata, andando a smontare miti e narrazioni social che associano il successo solo a soldi, follower e “Australia venduta come prodotto” (con un episodio dedicato ai “guru” e alla “fake Australia”).
Discutono di soldi come mezzo e non fine, delle aspettative legate a miniere e guadagni, e del valore di esperienze, mentalità e opportunità.
Maurice racconta il suo percorso: dalla partenza dall’Italia con poche prospettive, ai lavori nell’hospitality, ai visti e all’ossessione del permanent residency, fino all’uso dei social e alla costruzione di un successo imprenditoriale con strategia; oggi definisce il successo come appagamento, obiettivi senza ossessione e soprattutto essere un buon genitore ed esempio per i figli.
Danila definisce il successo come equilibrio tra lavoro, crescita personale, fitness e investimenti, rimanendo fedele a se stessa e raccontando l’Australia “nel bene e nel male”; parla anche di insuccesso, obiettivi misurabili e raggiungibili, e del periodo difficile dei 30 anni tra visto, lavoro e carriera, poi sbloccato con perseveranza.
Chiudono anticipando temi futuri (working holiday, conoscenze, AI, fuffa/guru, vita reale in Australia) e invitano a seguirli e contattarli.
Benvenuti ragazzi: siete ufficialmente i nostri primi ascoltatori di quello che è il nostro podcast. Io sono Danila in Australia — e io sono Maurice Bisaccia — e benvenuti a Departures, il podcast dei sogni italiani realizzati in Australia.
Benvenuti a tutti! Danila, ce l'abbiamo fatta: stiamo ufficialmente registrando il nostro primo podcast. Esattamente come dicono in tanti meme, il gruppo ha lasciato la chat: finalmente siamo face to face.
Ottimo, ottimo. Da dove cominciamo?
Perché lo stiamo facendo, più che altro. Bella domanda!
No, ecco: iniziamo da chi siamo. Per chi non ci conoscesse — perché ci piacerebbe essere famosi, magari lo saremo grazie a questo podcast, ma probabilmente non lo siamo ancora: io sono Maurice Bisaccia, agente di immigrazione italiano, viviamo in Australia, e ho qui con me la nostra Danila Laganà, che ormai da più di cinque anni mi sta vicino negli sviluppi di questa avventura chiamata "agenzia di immigrazione in Australia".
Sì, io sono Danila in Australia: sono conosciuta — da quei pochi! — per tutti quei contenuti legati all'Australia. Vivo qui ormai da dieci anni, come te, Mauri: ormai siamo i nonni di questa generazione di italiani in Australia!
Esattamente. E ormai da tanti anni supportiamo i sogni degli altri in Australia, perché alla fine Atlas, oltre a essere un business, di fatto è quel veicolo che realizza sogni. Mi piace pensarla così: sì, è un lavoro, però quanto è bello portare le persone al loro successo?
Traghettiamo le persone — però non attraverso il fiume: da una parte all'altra del mondo! Per chi non lo sapesse, Atlas Migration è un'agenzia di immigrazione: l'abbiamo cominciata nel 2020, mentre il Covid devastava i sogni di chiunque, e poi ci ha permesso di diventare un punto di riferimento per la community italiana in Australia.
Ma questo non spiega perché siamo qui: non molte agenzie hanno deciso di fare un podcast. In realtà — se è quello che vi state chiedendo — non troverete tantissima migrazione in questo podcast.
No, non troverete migrazione, perché abbiamo deciso di differenziare un po' ciò che facciamo, ma soprattutto di andare a sfatare dei miti.
Quindi potremmo dire: rimanendo nella tua comfort zone potevi restare il migration agent di successo nella tua agenzia, ma abbiamo deciso di uscirne e parlare di Australia sotto altri punti di vista.
Esatto. Immagino che chi ci ascolta, dopo tre secondi, o ha già cambiato — quindi siamo rimasti solo io e te, Danila! — oppure si starà chiedendo: "Ma allora di cosa ci volete parlare?". Ragazzi, noi vogliamo parlare di successo, ma non nel modo canonico in cui oggi tutti ne parlano. Perché basta aprire un qualsiasi social e il successo viene associato ai soldi — "faccio 100.000 dollari l'anno in Australia mungendo le mucche" — o ai follower: "come crescere di 20.000 follower in un mese". No ragazzi: noi vogliamo parlare di un successo un po' più genuino.
Genuino, alternativo. L'idea è innanzitutto quella di smontarlo, questo concetto di successo. Mi è venuta un'illuminazione — un po' in stile Dubliners di James Joyce! Io ogni giorno, per varie ore, faccio consulenze — il che è bellissimo, certi giorni anche pesante — e noto che tutte le persone che vogliono parlare con me, alla fine, vogliono raggiungere il successo. E questo da sempre, da prima che il successo diventasse un'ossessione sui social. Però un'altra cosa che ho capito è che ognuno ha la sua definizione diversa di successo — e che oggi sta succedendo una cosa frustrante: le persone si stanno ossessionando tutte con lo stesso tipo di successo.
Ma sai cosa ho notato io? Che in realtà è un'ossessione che non hanno davvero: è un'ossessione indotta dagli stimoli che abbiamo intorno. Perché quando poi approfondisci con Tizio o Caio, che ti dice "voglio i soldi" o "voglio i follower", se scavi, non gliene importa niente: non sa cosa farci, né con i soldi né con i follower. Ci convinciamo di aver bisogno di qualcosa che altri ci fanno credere essere figo.
È il nuovo metodo di punteggio. Magari tanti anni fa c'erano altre icone per mostrare il proprio status symbol; adesso è come se, senza 10.000 follower in più o senza essere strapieno di soldi, in qualche modo valessi meno. E poi — cosa che ho notato tantissimo — molto spesso le persone rincorrono quel successo solo per far vedere di raggiungerlo: poi, nel momento in cui ce l'hanno…
È un po' effimero. Però qual è il problema? Quello che mi ha spinto a prendere un aereo, venire a Brisbane da te e registrare queste puntate è che, se nel 2020 notavo nelle mie consulenze — in un mondo meno "virale" — che ognuno seguiva il suo tipo di successo, oggi ho l'impressione che tutti vogliano seguire lo stesso. E qui forse diventa rilevante il nostro essere in Australia e il nostro lavorare in questo settore: ho notato che stanno emergendo figure che tendono a volerti vendere l'Australia come se fosse un prodotto, come se fosse un'aspirapolvere. Avremo anche un episodio che sarà una citazione a uno dei miei podcast preferiti, Gurulandia — abbiamo solo cambiato un po' il titolo, per descrivere quello che sta succedendo.
Quindi sì, se siete connessi perché volete sapere di cosa vogliamo parlare: vi vogliamo parlare di successo. E anche di soldi, perché non bisogna essere ipocriti: sarebbe bello vivere in una società in cui ti puoi isolare in una zona remota e vivere di pane e amore, ma purtroppo — o per fortuna — la verità dei fatti è che senza soldi…
I soldi sono un mezzo: non devono essere il fine. E sicuramente l'Australia è un contesto dove non è difficile fare dei soldi — però non è nemmeno la nuova America, così come ce la vogliono vendere. In Australia, come in Italia, come ovunque, i soldi non crescono sugli alberi.
È vero che è, tra virgolette, più facile — o meglio: più possibile. Questa cosa si potrebbe guardare da mille lati: anche solo dal punto di vista dell'economia, questo è ancora uno dei pochi Paesi che, rispetto a quelli europei, ha piena autonomia sulla propria moneta. Però è anche vero che abbiamo i soldi del Monopoli!
Esatto: quando siamo ricchissimi e abbiamo messo via 30.000 dollari… mamma ci fa capire che sono 15.000 euro. La macchina te la comprerai comunque a rate!
E niente di troppo fancy: non la Mustang — probabilmente una Fiat nuova invece che di seconda mano. Forse neanche la Cinquecento ci esce, alla fine dei giochi! Non so quanto costino le auto in Italia… tu dovresti essere più esperto di me: Fiat, sei di Torino!
Sì, ovviamente, ma non ve lo so dire — magari qualcuno ce lo scrive nei commenti. Siamo italiani e non lo sappiamo!
Di questi tempi, con l'inflazione, con 15.000 euro ci compriamo una Vespa! Comunque, a parte gli scherzi: sì, in Australia è sicuramente più possibile fare i soldi, però — dicevamo — vogliamo discostarci da questa unilateralità del successo legata ai soldi.
Più che altro perché tantissime persone ormai partono per l'Australia ossessionate dai soldi — e oggi c'è il tema miniere: è incredibile come la corsa si sia spostata lì. In Italia magari ci vergogniamo di lavorare al bar — "ho la laurea, io al bar non ci vado" — però siamo pronti a prendere un piccone e andare in miniera. Il che per me non è negativo, eh: sono comunque storie da raccontare. Però bisogna anche educare un po' le persone su cosa aspettarsi — non che noi siamo esperti di miniere, per carità!
Quello che vogliamo, alla fine di questo viaggio della prima stagione, è cercare di capire: parto per l'Australia perché "devo fare successo", cioè "torno ricco" — e allora le aspettative rischiano di tradirti — oppure vado in Australia perché è un posto di esperienze, di conoscenze, di avventure, di amici? Perché le persone molto spesso non attribuiscono valore a questo: tornare dall'Australia in Europa con un orizzonte mentale completamente diverso, con orizzonti più ampi, opportunità di carriera, sogni accresciuti.
Però adesso voglio chiederlo a te: cos'è per te il successo, Maurice?
Domandone! Allora, secondo me è innanzitutto un concetto che cambia a seconda dell'età. Perché non ti nego — ed è anche qui che spero di illuminare qualche mente — che quando sono partito, anch'io sono partito con quella speranza. Immaginati un ragazzino, figlio di due operai, che si era appena laureato ma che aveva capito che quella laurea non serviva a niente. Serviva ad arredare: una bellissima pergamena — in uno studio come questo ci starebbe benissimo! Però poi, quando ti chiamavano per un colloquio, l'offerta era: "Ti diamo 300 euro al mese di rimborso spese, devi fare telefonate tutto il giorno nel call center, e se vendi guadagni". E io, col desiderio di andare a vivere da solo: "Scusate, non capisco bene il funzionamento: se vendo guadagno, ma se non vendo… l'affitto chi lo paga?".
Ti senti una potenza quando ti laurei, no?
Io quel momento non l'ho vissuto, perché durante l'università lavoravo, e più mi avvicinavo alla laurea più arrivavano le "offerte" in quell'ambito. Il problema è che io vivevo già da sola, mi pagavo l'università e mi mantenevo con altri lavori. E le proposte nel mio campo erano 350–400 euro di rimborso spese per tirocini da 6 a 12 mesi. Come te, mi sono chiesta: se il mio affitto era 450 euro, più bollette e cibo, e io faccio 40–45 ore settimanali di tirocinio… poi di che vivo? Mi ricordo ancora la delusione generale delle persone intorno a me quando, dopo la laurea, per un anno ho continuato a fare altri lavori — e poi sono venuta in Australia. "Ma scusa, allora che ti sei laureata a fare?" Eh no: spiegatemi voi che mi sono laureata a fare, se mi conviene un lavoro che non c'entra nulla con i miei studi. Io tra l'altro facevo la rappresentante di sigarette e non ho mai fumato una sigaretta in vita mia.
E guadagnavi…?
1.500 euro, dieci anni fa, in Italia. Vendevo la morte senza aver mai fumato: era completamente ipocrita come lavoro, però era l'unica cosa flessibile negli orari che mi permetteva di mantenermi.
Ecco, vedi una prima differenza: in Italia, prima di entrare nel tessuto produttivo, devi farti X anni di precariato — e poi X dipende dall'azienda. In Australia puoi fare anche il lavoro più umile, eppure vieni pagato decentemente.
Esatto. Quindi entrambi abbiamo rifiutato i nostri tirocini praticamente gratuiti! E in quel momento, quello per te era il successo. Poi come si è evoluto il tuo pensiero?
Nel tempo ho capito che, in realtà, meno attenzione poni ai soldi, più quelli arrivano — e, incredibilmente, meno saranno importanti per te. Se ripenso al Maurice del 2014, ossessionato dai soldi: ho fatto i primi anni a inseguirli e a non ottenerli. Ero così ossessionato che il primo posto dove potevo prenderli, li prendevo. E dove finisci, se vuoi i soldi e sei un italiano in Australia? In un ristorante. Un ristorante che ringrazierò tutti i giorni: stavo dietro al bancone del bar e mi piaceva tantissimo — stavo nel floor, mi sentivo il manager di quel posto, lo trattavo come se fosse mio pur non essendolo, e col titolare avevo un bel legame: ancora oggi siamo molto amici.
Immaginati un ragazzo che fino a ieri studiava e prendeva quanto — 5 euro l'ora? Per lavorare di notte, dalle 22 alle 6 di mattina, prendevo 50 euro a turno. Ovviamente in nero — e questa è un'altra delle mie croci da agente di immigrazione, ma ne parliamo poi. E poi vado in Australia: 17 dollari l'ora, che se ci pensiamo adesso dici "la povertà", ma per me era un boato. Chiamavo a casa e dicevo: "Io sto prendendo 17 dollari l'ora!" — all'epoca il cambio euro-dollaro era tipo 1,3–1,4, quindi erano quegli 11-12 euro l'ora che in Italia erano ancora ok.
Io ho fatto la stessa cosa: appena arrivata — tre giorni! — mi offrirono 21 dollari l'ora e mi sentivo strapagata.
E questa, secondo me, è una delle cose che chi parte deve tenere presente: quando arrivi, tutto ti sembra "buoni soldi". Poi capisci che c'è da distinguere tra i soldi facili e i soldi che vuoi fare dopo. Dopo un po' di tempo ho ragionato: non mi interessava rimanere nell'hospitality. Però mi sono sentito anche un po' bloccato: fuori dall'hospitality che cosa c'è? Sì, avevo un titolo universitario, ma c'è il problema del rimanere col visto. Quindi ho cambiato: sono entrato nel settore della migrazione, all'inizio come consulente per gli student visa.
E giusto per farti vedere questi diversi "successi" in sequenza: arrivo, e il primo successo da ottenere era prendere quel master — i miei genitori me l'avevano pagato: prendilo. Quella è stata la più facile delle task, perché in una cosa sono portato: studiare. Poi: "facciamo due soldi, perché i soldi sono stati spesi". E i soldi sono tornati — anche da cameriere, con un po' di creatività: una casa in due l'abbiamo fatta diventare un ostello, pagavamo 80 dollari a settimana di affitto. E dici: cavolo, ti sei ripagato gli studi, hai 40–50.000 dollari sul conto, top. Poi il successo era: voglio fare qualcosa che non sia l'hospitality. Poi: sì, sono un consulente di studi, ma quanti ce ne sono? Allora voglio diventare uno dei più bravi.
E sei stato molto conosciuto!
Sì, ma perché ho fatto una cosa un pochino fuori dal comune: ho detto "perché non utilizziamo questi social?". Oggi mi sento indietrissimo sui social, non sono certo uno dei personaggi virali del momento, ma all'epoca…
Hai raggiunto la viralità senza essere virale: perché eri effettivamente tu — non erano i tuoi contenuti che giravano, eri tu.
"Il contenuto non può essere virale? Allora io devo andare ovunque!" Però era un momento diverso: su Facebook non trovavi i boomer che pubblicavano una ricetta e il santino tutti i giorni. Facebook era effettivamente molto utile — lo è ancora — ma era una piattaforma diversa. Anche i gruppi: non erano una mezza mafia come oggi, eri tu che davi risposte utili a chi faceva domande.
Io ti avevo trovato così! I gruppi erano liberi, non erano "comprati" da Tizio e Caio: ognuno era libero di scrivere.
Infatti ho smesso di usare i gruppi Facebook, per un semplice motivo: se vuoi riproporre quel modello — e lo vedo con i miei collaboratori, a cui ho raccontato come sono emerso — ti dicono "Mauri, vorrei farlo anch'io… ma come mai sono stato bloccato su quel gruppo?". Eh: appartiene a quello, appartiene a quell'altro. Tant'è che alla fine — senza nasconderlo — ci siamo dovuti comprare i nostri spazi anche noi, altrimenti non avevamo una voce. All'epoca invece non ci dormivo la notte: vedevo una domanda su un gruppo e non volevo neanche fare pubblicità, volevo solo dare la risposta. Era più forte di me, dovevo fare il saputello — mi sto antipatico da solo! E magari mi cancellavano la risposta. Il mio branding era diventato quello: rispondo io, rispondo a tutto — con quella famosa foto con lo sfondo blu.
Che non toglierai mai!
Infatti ho qualche cliente che ogni tanto dice "ma sei tu quello della foto?". Sì, sono io — tanti chili fa, tanti anni fa! Quindi quello è stato un successo. E poi, a un certo punto, si è risvegliata la voglia di un successo imprenditoriale — e lì avremo un episodio dove voglio raccontarvi tutto, e vi svelerò anche qualche segreto che non ho ancora condiviso con nessuno, perché secondo me un successo imprenditoriale senza strategia non può avvenire mai.
E poi c'è stato il periodo in cui sono stato ossessionato dal visto. Perché uno pensa: successo = soldi, questo o quell'altro. Ma il vero successo, per chi viene qua, presto o tardi diventa quello: il visto. Ci sono due categorie di persone: chi viene per farsi un po' di soldi o un'esperienza e va via, e chi viene e vuole restare. Il visto può sbloccare mille successi dopo — come è successo a me. E lo sai bene, perché se c'è una persona che è stata ossessionata da questo visto… sono stato io, ma sei stata sicuramente anche tu!
Siamo quei due "scemi" che ci hanno messo dieci anni a prendere questo benedetto visto, mentre è pieno di gente che in due anni è all sorted!
Però questa è la ragione per cui siamo i migliori in questo campo: io credo che li abbiamo fatti tutti, i visti che si potevano fare. Siamo la buyer persona dell'azienda per cui lavoriamo! Infatti ogni tanto mi dicono "ma tu li hai studiati tutti i visti?" — no, li ho fatti tutti. Quando io ho fatto lo student visa, non era il 500: era il 576. Prima, quando facevi uno student visa, dipendeva da cosa studiavi: c'erano sottoclassi diverse per higher education e così via, con processi diversi. Poi li hanno unificati, hanno fatto questa mega riforma e hanno introdotto il famoso GTE. Quando l'ho fatto io non c'era: arrivavi alla fine della pratica, cliccavi, e loro prendevano la decisione.
Posso dire? Che cavolo serve! Vaglielo a spiegare, ai ragazzi, che devono scrivere una lettera per dire che non vogliono restare qui…
"No, metti questa: dove scrivo che voglio che l'Australia sia casa mia?" — No! Devi dire il contrario! E quindi sì: per tante persone il visto è veramente il successo, probabilmente perché poi sblocca tutti gli altri. E ci sono tantissime persone — che non capisco fino in fondo — che ottengono il visto, poi la cittadinanza, e la prima cosa che fanno è sparire, probabilmente per sempre: molti non tornano più.
Vabbè, parliamo anche di questo, perché abbiamo un episodio al riguardo!
Sì, è molto interessante, perché entrano in gioco tanti fattori. I ragazzi che arrivano oggi hanno percorsi migratori molto più brevi e non riescono neanche a capire questa cosa. Ma io capisco anche quelli che magari ci hanno messo quindici anni a prendere il visto e a un certo punto, estenuati da questa Australia e dall'indecisione: "Ce l'ho fatta? Ciao." Parlo di quei quattro, cinque, sette "restaurant manager" che hanno visto la PR presa, tolta, rimessa — "ricomincio, me ne vado, chiudo il business" — percorsi veramente terribili, in passato. Adesso la vedo più straightforward. Anche se gli sponsor restano quella dinamica in cui: io vengo a lavorare per te, tu mi sponsorizzi, siamo tutti contenti — però magari domani tu vuoi vendere il business, pensi giustamente alla tua libertà, e io che ho fatto il 186 devo ricominciare tutto daccapo. Quelle esperienze rischiano di diventare negative, e a volte le persone tendono a disinnamorarsi di tutto. Però la verità è che quando poi ce la fanno, ce la fanno. Mi dispiace per i casi in cui, non per loro scelta, si ritrovano incastrati.
E quindi, Mauri: abbiamo visto il successo attraverso gli ultimi quindici anni della tua vita. E oggi, quasi quarantenne — anche se ci piace pensare di averne venti — cos'è il successo per te oggi, con due figli?
Stavo proprio arrivando lì. Quando è iniziato il successo imprenditoriale — io e Fabio in realtà abbiamo iniziato in tre, poi presto siamo diventati due — e quando siamo riusciti a vedere che le cose funzionavano… c'è chi avrebbe buttato il 3000% di ogni istante della sua vita nel farlo ancora più grande. Poi scopri che, quando arriva anche il benessere economico, c'è dell'altro. Ed è arrivato l'essere genitore. E lì cambia tutto: secondo me diventare genitore uccide un po' tutto il concetto di successo di prima.
In qualche modo sì!
Sei come mia moglie, pragmatica! È vero: uccide praticamente il tempo per farlo — ma secondo me poi ti importa anche un po' meno. Io dico: sì, probabilmente oggi potrei aprire un ufficio per città, sono convinto che potrei. L'unico appunto è che vedrei i miei figli una volta al mese. Quindi il successo di oggi è voler essere il miglior genitore possibile — che da un lato vuol dire spendere tempo, e tempo di qualità; dall'altro vuol dire essere un esempio: costruire qualcosa. Non da lasciare a loro, eh!
No no: hai creato questa azienda e gliela vuoi lasciare ai figli? Non gli auguro mai questo stress continuo, questa responsabilità dei destini altrui!
Spero che faccia il pittore e che venda le sue opere per non so quante migliaia di dollari! Anche se adesso è fissato: vuole fare il pilota. Infatti a casa la discussione in questo periodo è sempre: chi guida la macchina della polizia? Papi. Chi guida l'ambulance? Mamma. E Giugiù? Giugiù in jail — la manda in prigione! E lui guida gli airplanes. Ognuno ha un ruolo: abbiamo raggiunto un equilibrio con una perfetta divisione del lavoro! Però voglio che, quando saranno grandi, i ragazzi dicano: "Cavolo, papà era appassionato di qualcosa, ci ha messo l'impegno, l'ha sviluppata, l'ha fatta diventare così". E poi — la butto lì — magari questo podcast diventa un tormentone, diventiamo ricchissimi, e qualche big del podcasting inizia a farci le scarpe… e se vuole, viene fino in Australia a farsi intervistare da noi! Noi parliamo di soldi e di successo già dall'Australia: non dobbiamo neanche tornare!
E allora, oggi: cos'è il successo?
Questa è la mia definizione personale, poi ognuno ha la sua: oggi il successo è riuscire a sentirsi appagati avendo comunque dei traguardi davanti — una mappa che ti tiene vivo, però senza ossessione, perché l'ossessione ti fa vivere male il percorso. Riuscire a procedere verso i tuoi obiettivi in maniera calma, godendoti il tragitto. Non dico di averlo raggiunto: io ancora oggi vivo di quell'ansia che ti vuol far bruciare le tappe. Però noto che quando riesci a rallentare capisci che il successo è proprio quel tragitto. Quello che mi fa paura è: immagina di svegliarti domani miliardaria — so che ti suona benissimo! — sei "arrivata", però pensi: e ora sono qua, in cima alla montagna, da sola. Se invece ti godi il processo… ti godrai anche la discesa!
"Quanto siamo diventati zen!" — già sento i commenti: c'è sempre l'italiano del "non si dice enjoyare"!
Lo so, lo so: le persone sono spietate nei commenti. Ma a noi piacciono: abbiamo imparato che ci fanno crescere. Anzi, io voglio un po' di haters!
Guarda, non voglio gestire anche i tuoi haters: bastano i lovers che ti cercano per le consulenze! Però mi piace la tua definizione, e per completarla aggiungo la mia: per me il successo è equilibrio. L'equilibrio tra riuscire a essere di successo in tutti i campi della vita: sul lavoro, come genitori, e anche come individui — per quanto, come dicevi, essere genitori un po' "uccida" la persona, perché è già difficile trovare il tempo di esistere come individuo quando hai dei figli, soprattutto lontani dagli aiuti: sì, abbiamo il childcare, la scuola, ma non abbiamo i nonni.
E le babysitter — se le trovi! Io per trovarne una non ti dico cosa ho dovuto fare. Guarda, lo dico sempre: chi vuole trasferirsi a Noosa e fare successo lavorativo, faccia le pulizie e la babysitter — tra un po' sono pagati più di un medico!
Comunque sì: trovare l'equilibrio e far coesistere tutto dentro un'unica vita, perché alla fine abbiamo tutti 24 ore al giorno.
E la verità è che tu, da questo punto di vista, ci sei molto vicina — e te lo dico sinceramente, ti stimo un sacco: ti sei costruita una professione, pensi ai tuoi investimenti, ti alleni sempre, hai questa passione per il branding… Alla fine, se guardi quante cose fa Danila: tantissime persone potrebbero farne una, o l'altra. Tu sei la regina dell'equilibrio. E la mia domanda è: come hai fatto? L'idea che mi sono fatto io è che non ti sei fatta abbagliare dal successo in una sola di queste punte della stella, esagerando su quella.
Me lo sono chiesta anch'io, e un po' mi sono auto-risposta. Come sai, quando ci siamo conosciuti lavoravo in proprio, con Nina avevamo iniziato a mettere su un'azienda. Ma quando mi sono resa conto di cosa volesse dire avere un'azienda, ho anche capito che non faceva per me — non perché non mi piacesse, ma perché io sono una di quelle fortunate che ha un lavoro che le piace davvero. E ragazzi, non è una marchetta al capo: mi piace veramente tanto quello che faccio, ed è quello che auguro a tutti — al di là dello stipendio, se non vi piace quello che fate sarete sempre infelici. Il problema è che a me piacciono veramente tante cose, e non accetto di farne meno di tutte. Infatti ti dicevo: settimana prossima voglio andare dallo psicologo a chiedere se c'è un ADHD non diagnosticato!
Guarda, facciamo prima a capire chi non ce l'ha, nel mondo odierno! Però la mia domanda era: dimmi se sbaglio — se tu, nella tua idea di successo, avessi dato una forte importanza ai follower, magari avresti speso il 90% della giornata a fare contenuti, anche stupidi, e non avresti avuto il tempo per il tuo fitness, per i tuoi investimenti…
Sai cos'è? Io ho il bisogno di essere fedele a me stessa — e ne parleremo nella puntata sui fuffa-guru. Fondamentalmente, in qualsiasi campo, ti devi "vendere" a un dio: che sia la popolarità, il denaro, l'abbassare la testa davanti ai competitor, o fare patti di qualsiasi genere — ieri sera guardavo su Netflix una serie sul capo del cartello di Sinaloa, il Mayo: loro facevano patti pure con la DEA! Io ho questo problema — o questo pregio, non lo so: non riesco a non dire quello che penso. E sia nel mondo di Instagram che nel mondo del lavoro — tu lo sai bene — non puoi sempre dire quello che pensi. Tu, con Scienze Politiche, sei molto più diplomatico di me: io non sono diplomatica. Se penso che una cosa è nera, mi batterò per affermare che è nera.
È un'arma a doppio taglio: nel mondo social di oggi, se non adotti quell'atteggiamento probabilmente non emergi…
Ti faccio un esempio: io non potevo andare virale nemmeno ai tempi in cui la viralità ancora non esisteva, perché io dell'Australia parlavo nel bene e nel male. Non sono mai stata quella del "oddio, vieni in Australia, la vita è bellissima". In un periodo in cui c'erano pochissime persone che parlavano di Australia, io dicevo: sì, guadagni X, sì, lo stile di vita è Y, sì, è bellissimo andare al mare e vedere i delfini e le balene — però ragazzi, quanto è difficile la questione del visto, quanto è difficile stare lontani. Ho sempre mostrato la verità. E la verità non piace: a tanti, ormai, piace vedere solo il risultato finale.
Alle persone piace vedere gli estremi.
Sì, ma l'estremo piacevole. "L'Australia è una merda" — ok, ma perché? "L'Australia è la terra promessa" — sì, ma come ci arrivi, a quella terra promessa? Io ricordo ancora benissimo quando ho fatto questa scelta: era il 2014, prima ancora dell'Australia. Avevo già iniziato a pubblicare sui social, avevo un blog, parlavo di viaggi low cost — sono stata una delle prime a parlare di viaggi low cost in Italia, e poi una delle prime a parlare di Australia. E ancora prima di partire avevo ricevuto le prime proposte di collaborazione, le prime offerte remunerative. E anche lì ho detto no: voglio continuare a essere fedele a me stessa, a mostrare ciò che vedo. Perché se l'ente del turismo di — wherever — Canicattì mi dice "devi parlare bene di Canicattì sempre e comunque", io non voglio essere quella persona. E lo stesso vale per il lavoro: potrei fare la marketing manager in una grossa azienda corporate, in un settore sterile, lavorare 12 ore al giorno, non vedere le figlie, trasferirmi in città e fare 250K l'anno da senior — ma mi viene la pelle d'oca al pensiero.
Hai associato la tua idea di successo a quell'equilibrio di cose che ti piacciono — che però, vedi, non comprende uno stipendio stellare. Anche se, alla fine, se con questo podcast vogliamo parlare di successo, alla fine del viaggio dovremmo trovarci tutti a guadagnare di più!
Esatto, ed è questa la questione, che ci riporta alla nostra missione: i soldi sono importanti, però potrebbero essere proprio l'arma che non ti fa raggiungere il successo. Perché le persone hanno ormai questo messaggio inconscio — "se non fai i soldi non puoi mostrarti, quindi non sei di successo" — ma magari sono proprio quei soldi che ti portano via dal successo vero, quello più equilibrato.
Su questo siamo in linea — su tante cose non lo siamo, ma su questo sì! E voglio appoggiare anche quello che hai detto sull'esprimere la propria opinione: anche lì bisogna saperlo fare con strategia. Io ovviamente sono una persona che ha delle opinioni, spesso forti, a volte estreme. Ma negli anni della mia "missione", soprattutto tra il 2017 e il 2022, gli anni di Facebook, ho sempre evitato di esprimere giudizi e opinioni.
Hai pure evitato di dire per che squadra tifi! Quello per vergogna?
No! La questione è: se la missione è "voglio raggiungere tutti e lo voglio fare in maniera tecnica" — io in quel momento volevo essere Wikipedia, volevo diventare una fonte autorevole — il primo pensiero è: come faccio? Evitando di avere un'opinione pubblica — cioè avercela, e tenermela per me. Metti che io risponda a una domanda dicendo: "L'Australia è molto sicura perché ha il tasso di omicidi più basso secondo le stime X" — puntuale. Se invece dico: "L'Australia è molto sicura perché non è come l'Italia, che gli fanno fare il cazzo che vogliono con le frontiere a 'sta gentaccia che arriva" — in quel momento ho sicuramente attratto molta più attenzione, però ho polarizzato completamente: avrò un sacco di persone che dicono "grande, l'hai detto!", e dall'altra parte un sacco di persone che dicono "sei un estremista" — e comunque non è neanche un bel passaggio, perché stiamo parlando di persone, non di pacchi postali. Quindi quello che ho fatto in quel periodo è: io ho le mie opinioni, ma se il mio obiettivo è impormi come tecnico, esprimerle non è neanche necessario — perché poi chi non è d'accordo non ti screditerà usando un dato: ti dirà solo "non hai capito niente".
Giustissimo — e infatti nel tempo l'ho imparato anch'io, anche per una questione di energia: adesso non esprimo più la mia opinione, in parte perché non ho voglia di discutere con chi non è neanche in grado di argomentare, e in parte perché mi chiedo: ma alla fine, a me interessa ciò che pensano gli altri — intesi come "persone in generale"? No. E allora perché agli altri dovrebbe interessare ciò che penso io? Altra cosa è un'amicizia, un confronto faccia a faccia. E poi — ci arriveremo nel prossimo episodio — tutti tuttologi, tutti con un'opinione su tutto. E spesso mi chiedo: ho effettivamente qualcosa da dire basato su dei dati, più che un'opinione? No? E allora…
Volevo farti una domanda. Ma prima cogliamo l'occasione per spiegare questo podcast, che forse abbiamo saltato questa parte: si chiama Departures perché si rifà, anche a livello visivo, al concetto di partenza: quel punto dell'aeroporto in cui probabilmente abbandoni un po' la persona che sei — e quando tornerai di nuovo in quel punto, magari perché stai tornando a casa, sarai diverso. Questo è il senso che vogliamo dare al podcast. E poi — non l'abbiamo ancora detto — oltre alle puntate in cui siamo solo io e te, massimi teologi del successo, avremo anche degli ospiti, persone che abbiamo selezionato perché, in una maniera o nell'altra, secondo noi hanno un loro successo da raccontare.
Esatto.
Quindi, quello che ti volevo chiedere: siamo tutti bravi a parlare di successo — ma come si rapporta Danila all'insuccesso? Perché noi vediamo il successo delle persone, non vediamo le disfatte, i disastri. Com'è Danila quando in qualcosa non riesce?
Allora… diciamo che non succede! Ma non perché sono invincibile: sono testarda e determinata, e se una cosa per me è importante e devo arrivarci, non esiste che non ci arrivo. Diciamo che… I usually set goals I can reach!
Però facciamo finta che ti poni come obiettivo fare l'astronauta…
No, allora: io amo la challenge, però dev'essere una challenge che non ti rende depresso. E questa è una cosa che ho imparato — non ricordo se da un corso sugli investimenti, di crescita personale o legato all'attività fisica, forse tutti: il goal deve essere più alto della tua asticella, ma misurabile e raggiungibile. Perché se io mi mettessi come obiettivo "diventare più alta", vivrei di depressione: non è possibile. Quindi cerco sempre di evitare l'insuccesso — il che non vuol dire pormi obiettivi troppo facili.
Però rivediti nei ragazzi che partono — io voglio proprio che chi sta per partire ascolti questo podcast, voglio intrufolarmi nella loro mente per prepararli, come due piccoli coach! Immagina di essere oggi in Italia: sei sul divano, i soldi sono pochi, tutto costa tanto, di lavoro ce n'è poco, e vedi tutte queste figure di successo intorno e dici "che cavolo, io sono un nulla". Se ti poni quello come obiettivo, è come voler diventare più alto, o fare l'astronauta alla nostra età. Quindi: ti è mai capitato qualcosa che hai davvero voluto e in cui proprio non sei riuscita — "questo non è per me, abbandono"?
No, quello no. Però… il giorno che ho compiuto trent'anni — mi ricordo ancora quella mattina — ero seduta sulla spiaggia all'alba, perché ai tempi lavoravo in un caffè la mattina. Ero lì che piangevo e dicevo: "Madonna, non ho concluso niente". Perché, rispetto a quelli che al tempo erano per me gli obiettivi di successo, ero lontana da tutti: volevo aver trovato il lavoro dei miei sogni — lavoro che avevo dovuto abbandonare per rincorrere il visto. Volevo il visto — e il visto non ce l'avevo, quindi lavoravo in hospitality per raggiungere questa benedetta permanent residence.
Ci conoscevamo già?
Sì, sì: era il periodo in cui avevo dovuto abbandonare tutto il mondo digital perché avevano reinserito la posizione di restaurant manager nel 186 del Queensland. "Che faccio, non lo prendo questo benedetto visto dopo sette anni che sto in Australia?" Io avevo già lasciato l'hospitality, perché avevo detto: non posso fare tutto solo per il visto, non ero felice come persona. Potevo fare quello che volevo a livello di carriera, ma quel visto doveva uscire in qualche modo: ai tempi non avevo un partner che potesse "prenderlo per me", e non c'era la possibilità di prenderlo col lavoro che mi piaceva — prendere un visto da marketing specialist col 190 era difficilissimo, e io non avevo nemmeno un titolo in quel settore, avevo studiato altro. Ero arrivata al punto di dire: o rinuncio al lavoro, o rinuncio al visto. Avevo scelto: rinuncio al visto, sono più felice col lavoro. Vengo in Queensland per continuare la carriera digital… e il Queensland mi fa questo "trucchetto": rimette nelle liste proprio la posizione per cui avevo esperienza e skills assessment. E quindi: torna a fare il lavoro che odiavi, nella speranza di prendere il visto. Ed ero lì che dicevo: per i trent'anni mi vedevo già con i figli — e non avevo manco il fidanzato, quindi ciao! Volevo il lavoro dei sogni — l'ho dovuto lasciare per il visto. Il visto — non ce l'avevo. I soldi — nemmeno, perché venivo da anni di student visa, che non è proprio il periodo più roseo a livello economico. E piangevo disperata: "Non ho concluso niente".
Fast forward: neanche un anno dopo, avevo tutto ciò che l'anno prima non avevo. Perché ho sempre insistito per cercare di raggiungerli tutti, quei sogni, anche quando la vita si è messa in mezzo. Nessun percorso è lineare: è tutto un up and down, magari devi fare un po' di curve, un po' di tornanti. E in certi periodi ti va tutto male insieme — però poi ti si sblocca una cosa, e poi un'altra.
Hai continuato comunque a combattere: anche quando hai dovuto riaccettare un lavoro full-time in hospitality, continuavi a fare il secondo lavoro on the side.
In pratica lavoravo tutto il giorno. Ma la parte digital, dei social, mi piaceva, quindi non l'ho mai abbandonata, anche facendomi 40–50 ore in hospitality. Per cui non è mai stato facile — perché tanti mi dicono "ah, ma per te è stato facile, hai fatto il partner visa". Non è stato facile né a livello di percorso migratorio, né di carriera: per portare avanti due percorsi ho sempre lavorato come una pazza, mentre tutti andavano a far festa. E guardata dall'esterno: "ma non ti diverti mai, non stacchi mai". Però al contempo quelle stesse persone, incastrate in un lavoro che non gli piace, ti dicono: "Eh, ma tu ce l'hai fatta, sei stata fortunata".
Sì, chiunque prenda il visto col partner visa — successo a me, successo a te, succede a tantissimi — ogni tanto viene etichettato come se avesse "barato". In realtà no: anni dopo abbiamo le nostre famiglie, i nostri figli, quindi non erano certo partner "arrivati per darci il visto". Però bisogna ammettere che, a livello procedurale, quel visto è comodissimo.
Sì, ma io e te siamo passati attraverso sponsor applicati, rifiutati, cancellati! Sarebbe stato bello fare il partner visa direttamente dopo i due Working Holiday…
Io l'ho fatto anche perché mi mancava: stavo finendo la collezione, l'album dei visti! Il 407 però non l'hai fatto.
Neanche tu!
Me l'hanno proposto, ma ho fatto skip. Si può sempre tornare indietro, eh: non sei ancora cittadina, applichiamo un 407…
Sì, così ci tolgono la permanenza, grazie! No, però — per tornare sull'insuccesso: io sono sicuramente una persona che di insuccessi ne ha avuti, ma sono una persona che si trova a proprio agio nell'insuccesso. Credo che senza fare errori — o anche senza fare progetti e accantonarli — non riesci a trovare quello giusto. Nella storia dell'imprenditoria è comunissimo: noi vediamo quando un colosso emerge, ma magari non sappiamo che quello è l'ottavo tentativo di emergere di quel colosso. Però secondo me la nuova generazione tende a soffrirlo tanto, l'insuccesso.
Ma anche lì — torniamo a quello che dicevamo all'inizio: siamo sicuri che soffrano l'insuccesso, o soffrono il confrontocon qualcuno che pensano essere di successo?
Secondo me — poi lo chiederemo alla psicologa Brazzoli, che ci raggiunge in una delle prossime puntate — è cambiato un po' il modello di parenting. C'è stato un gradino tra le generazioni: quella dei nostri genitori, dove magari — soprattutto al Sud — c'erano cinque, sei fratelli, ed emergere era una questione di sopravvivenza: siamo tanti, le risorse sono poche, ce la fai perché ce la devi fare. Nella mia generazione — uno, due, massimo tre figli — si è stati trattati molto meglio, ma sempre con un concetto di risorse limitate: la cameretta si divideva in due, mica ognuno aveva la sua camera come nei film americani. Non cresci pensando di essere speciale. I nostri genitori e i nostri nonni sapevano di essere uno dei tanti; noi sapevamo di essere "speciali", ma solo per mamma e papà! Oggi invece, dove il figlio unico è molto comune, i ragazzi vengono cresciuti con un modello dove si tende a dire sempre sì — è una generalizzazione, ovviamente — associato a questa cultura da Instagram: gratificazioni, tutto e subito. Se devi faticare per un obiettivo, rischi di soffrire il tragitto — e anche quando arrivi, sei esaurito.
E poi ci sono obiettivi e obiettivi: adesso vedo persone ossessionate dalla forma fisica. Però, dimmi se sbaglio: di tutti gli obiettivi che puoi darti nella vita, è anche uno dei più "facili" e immediati — ovvio, se pesi 200 chili ci metterai una vita, ma se anche io, che sono paffutello e sovrappeso, mi ci metto due-tre mesi (e adesso, per questo matrimonio, va fatto!), è uno degli obiettivi raggiungibili con discreta facilità.
E lo sai che questo, in realtà — come Instagram, come le droghe — crea una gratificazione troppo immediata? Appena fai qualcosa il corpo risponde, vedi il risultato, ed è facile cadere nel loop. Io questo l'avevo studiato come background iniziale: alimentazione e recupero dai disturbi del comportamento alimentare. Spesso le persone si concentrano sul corpo a seguito di una delusione, un insuccesso o un periodo difficile: vedere il "successo" nell'impegno sulla forma fisica le fa cadere in questo loop di volere sempre più risultato. È un tema serio, e ne parleremo con la giusta cura.
Sì — il mio appunto era più semplice: il concetto di mens sana in corpore sano è giusto, e il corpo sano è importante — c'è mio padre che mi stressa ogni settimana: "devi perdere chili, poi prenderai la pillola per il cuore, mettiti a posto". E ha ragione! Però io ho avuto altre "ossessioni": devo studiare, prendermi il titolo, crearmi l'azienda, fare la famiglia. La forma fisica, oggi, la vedo come l'ultima della serie. Metti che domani mi sveglio — come tu ti svegliavi miliardaria — con la tartaruga: a quel punto potrei dire "cavolo, ho chiuso il cerchio!". Una famiglia felice, casa mia, la mia azienda, ho studiato, ho viaggiato… e ho pure la tartaruga! Mi ricordo che tante persone mi prendevano in giro perché in spiaggia avevo la panzetta. Magari un giorno lo scolpirò, questo addominale — lo scoprirete sui social! Ma se lo scolpissi, mi dispiace dire una cosa un po' provocatoria, potrei girarmi verso chi mi prendeva in giro e dire: "Sì, ora qui ci sono gli addominali. Ma le tue lauree dove sono? Le tue aziende? La tua famiglia?".
Vedremo nel 2026 il Maurice scolpito!
Probabilmente non succederà, ragazzi, non voglio creare aspettative! Ci sto provando, le ho provate tutte — pure i fuffa-guru di Instagram: li combatto nel podcast e poi scrivo a Matteo Sdone, la Bibbia del cortisolo! Quindi un altro consiglio che possiamo dare è: uno, a volte sentirsi nella media va bene — non bisogna per forza soffrire l'insuccesso, sapendo poi capitalizzare le occasioni. E due: capire quale successo vogliamo raggiungere e dargli delle priorità, come se non ne esistesse uno solo: quale successo posso ottenere oggi, quale domani. E poi un successo mio, personale: alla fine siamo otto miliardi nel mondo, non possiamo essere tutti di successo rispetto alla stessa cosa.
E invece lo possiamo essere, se non è per tutti lo stesso successo: ognuno può avere successo in qualcosa che è importante per lui.
Brava. Ed è per questo che mi rivolgo a chi vuole abbracciare la tua filosofia dell'equilibrio: se vuoi partire in quarta su tutti i fronti, probabilmente non puoi. Se una persona ha la fortuna di pensare "voglio un successo equilibrato, un successo che riesco a godermi negli anni — non uno per cui devo ammalarmi, per poi sentirmi vuota quando lo raggiungo perché mi sono ammazzata di fatica" — quello è dare la giusta priorità.
Possiamo dire anche di impegno? Focalizzarsi sì, ma non troppo: priorità, ma al contempo diversificare — come con gli investimenti: se metti tutte le uova in un solo paniere e quel paniere si rompe, rimani senza niente. Però sono anche dell'idea che, in un determinato momento, devi dare un focus a qualcosa, senza tralasciare il resto.
Certo. Adesso, per esempio, noi abbiamo famiglia, quindi una parte del nostro impegno va costantemente lì, e un lavoro che deve pagare le bollette. Ma metti che questo sia il periodo di concentrarsi sull'educazione: una nostra collega si è iscritta all'università, e adesso anche un collega — per loro, in questo momento, il focus è quello. Quando siamo giovani, però, ci sono cose che si fanno o adesso o mai: magari ci sono persone che si perdono ad aprirsi un canale Instagram solo perché pensano sia il successo del momento, e dopo due anni si ritrovano sì con 200.000 follower… ma solo con quello: il topic non è più un trend, e non si sono laureati. Infatti apprezzo un paio di nostri dipendenti che sono passati al part-time dicendo: "Oggi voglio lavorare, ma voglio anche prendermi un titolo di studio, perché non voglio ritrovarmi fra dieci anni con stipendi svalutati dall'inflazione e senza una moneta per giocare sul mondo del lavoro".
Mauri, che dici? We wrap it up e salutiamo i nostri ascoltatori?
Abbiamo fatto un bel primo episodio: spero di aver dato le giuste aspettative!
Io penso di sì, perché abbiamo dato degli assaggi dei topic di cui parleremo: sicuramente i fuffa-guru e tutto il mondo della fake Australia su Instagram, ma anche il giusto spirito con cui godersi il Working Holiday — sdraiati in spiaggia a guardare le stelle, ragazzi! E parleremo di intelligenza artificiale, perché anche questo è uno dei topic del momento. Ascolterete le nostre opinioni, dal punto di vista di chi è qui da dieci anni: due italiani… di successo!
Speriamo! E allora fate così, se ci state ascoltando e volete aiutarci a raggiungere il nostro successo: seguiteci — ci trovate su Instagram — e scrivete tante email a Maurice, perché a lui non ne arrivano mai e ogni tanto ha questi complessi! Nel senso: non mi scrivete mai, vi prego, iniziate a scrivermi!
Grazie mille ragazzi per averci ascoltato. Questo è Departures. Ciao a tutti, ciao!